L'Europa inverte la rotta sul Green Deal: per il settore auto un compromesso che divide

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Una svolta, annunciata dalla Commissione Europea e salutata con favore da forze politiche come Fratelli d’Italia, che riscrive le regole per il futuro della mobilità continentale, allontanando lo spettro di uno stop categorico ai motori a combustione interna previsto per il 2035. La proposta, che attende il via libera formale di Parlamento e Consiglio Ue, modifica infatti l’obiettivo originario di riduzione del 100% delle emissioni di CO2 per le auto nuove, introducendo un taglio del 90% che di fatto concede uno spazio, seppur residuale, alla tecnologia termica. Una correzione di percorso, come la definisce chi da tempo ne sollecitava l’urgenza, che abbandona quella che era percepita come una rigidità eccessiva e ideologica, per abbracciare un principio di neutralità tecnologica ritenuto più realistico e meno penalizzante per un comparto industriale strategico.

Le ragioni di un ripensamento

Il clamoroso Green Deal lanciato nel 2019, con il suo pacchetto di misure per la neutralità climatica e la rivoluzione dei trasporti, viene quindi rimodulato alla luce di valutazioni di fattibilità economica e industriale che, negli anni, hanno alimentato un acceso dibattito. L’approccio iniziale, che puntava a un’accelerazione decisa verso l’elettrificazione totale, si scontrava con la complessità di una transizione che rischiava di lasciare indietro intere filiere produttive e di comprimere in tempi troppo ristretti investimenti colossali. La nuova proposta della Commissione, pertanto, non segna un ritorno al passato ma istituisce un compromesso, riconoscendo la necessità di una fase di transizione più articolata, nella quale diverse tecnologie possano concorrere al raggiungimento degli obiettivi climatici, sebbene con pesi differenti.

Le conseguenze sul mercato

La riduzione delle emissioni al 90% anziché al 100% apre concretamente la possibilità, a partire dal 2035, di commercializzare una quota pari al 10% di veicoli nuovi dotati di motore a combustione. Questa percentuale, se da un lato salva una nicchia di produzione termica, dall’altro non rappresenta affatto una riapertura indiscriminata al mercato precedente. Gli analisti sottolineano come questa possibilità sarà condizionata da costi di sviluppo e di omologazione estremamente elevati, legati al rispetto del restante, stringente, target di taglio della CO2. Un scenario che potrebbe riservare i modelli a benzina o diesel a fasce di prezzo molto alte, accessibili quindi a una ristretta cerchia di acquirenti, ribaltando l’attuale percezione dell’auto elettrica come bene di lusso.

Un equilibrio delicato

Il quadro che emerge, dunque, è quello di un settore automotive europeo che si avvia verso una polarizzazione marcata dell’offerta. Da una parte, una produzione sempre più massiccia di vetture a zero emissioni, spinte da normative e incentivi; dall’altra, una quota minoritaria ma significativa di auto termiche, il cui destino sarà legato a capacità di spesa elevate e a tecnologie ibride o a combustibili alternativi. Questa soluzione, che evita il rischio di un taglio netto e potenzialmente traumatico per l’occupazione e il know-how industriale, cerca di conciliare le ambizioni ambientaliste con la salvaguardia di un pilastro economico, in un contesto globale dove la competizione tecnologica rimane feroce e le posizioni di leadership sono tutt’altro che consolidate.

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