Trump sull’Iran, nuovi bombardamenti possibili dopo le elezioni

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Donald Trump non esclude un’intensificazione dei bombardamenti sull’Iran dopo le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, qualora Washington e Teheran non riescano a raggiungere un accordo giudicato soddisfacente dalla Casa Bianca. Intervistato da Time sulla possibilità di una nuova campagna militare su larga scala dopo il voto di novembre, il presidente americano ha risposto che è «possibile». La dichiarazione arriva mentre il tentativo iraniano di ottenere una de-escalation non ha prodotto un’intesa e la guerra continua a condizionare anche i mercati energetici, con il Brent tornato nell’area dei 100 dollari al barile.

La proposta iraniana respinta e l’ipotesi di nuovi attacchi

La posizione della Casa Bianca è emersa con maggiore nettezza dopo il rifiuto della recente proposta iraniana. Alla domanda sul motivo per cui avesse respinto l’offerta di cessate il fuoco avanzata da Teheran, il presidente ha spiegato di non essere disposto ad accettare oggi condizioni che non avrebbe approvato un anno prima. Nella stessa intervista ha sostenuto che con l’Iran sia estremamente difficile arrivare alla pace, collegando la pressione militare americana all’obiettivo dichiarato di ottenere condizioni diverse da quelle proposte dalla controparte. Il nodo diventa quindi il contenuto di un eventuale accordo, non soltanto la cessazione delle operazioni militari.

Il conflitto ha attraversato diverse fasi nel corso del 2026. Gli attacchi statunitensi e israeliani erano cominciati il 28 febbraio e il cessate il fuoco dell’8 aprile aveva concluso una prima fase di guerra durata quaranta giorni, senza però eliminare le ostilità, proseguite successivamente in forma intermittente. Nelle ultime settimane Teheran ha cercato una nuova soluzione diplomatica attraverso mediatori del Qatar, proponendo un piano di de-escalation regionale che comprendeva la rimozione dei blocchi e delle sanzioni sul petrolio in cambio della cessazione degli attacchi. I vertici iraniani hanno parallelamente continuato a legare eventuali negoziati sul nucleare all'accoglimento delle proprie richieste.

Teheran prepara una risposta più ampia in caso di offensiva

Sul fronte opposto, i vertici militari iraniani stanno preparando contromisure più estese nell’eventualità di una ripresa degli attacchi americani su larga scala. I piani allo studio comprendono la possibilità di allargare i potenziali obiettivi oltre le strutture direttamente collegate agli Stati Uniti, includendo Paesi che dovessero sostenere le operazioni militari americane e interessi situati anche fuori dal Medio Oriente. Non risulta adottata una decisione definitiva, ma le valutazioni si sono intensificate dopo il ritorno da New York del presidente iraniano Masoud Pezeshkian, mentre diplomazia e preparativi militari procedono contemporaneamente.

Anche i gruppi alleati dell’Iran in Libano, Yemen e Iraq sono stati invitati a prepararsi all’eventualità di una nuova offensiva statunitense. La prospettiva delineata dalle autorità iraniane è quella di una risposta coordinata geograficamente molto più vasta rispetto a un’azione limitata contro singoli obiettivi. Il confronto coinvolge direttamente anche lo Stretto di Hormuz, passaggio cruciale per le esportazioni energetiche del Golfo. Negli ultimi giorni i flussi petroliferi attraverso lo stretto sono comunque aumentati e le esportazioni regionali hanno mostrato segnali di recupero rispetto alle precedenti interruzioni provocate dalla crisi.

Petrolio volatile, il Brent torna nell’area dei 100 dollari

Le tensioni tra Stati Uniti e Iran si riflettono direttamente sul petrolio. La seduta del 1° ottobre è iniziata con forti oscillazioni: dopo le perdite registrate nelle contrattazioni asiatiche, le quotazioni hanno invertito la direzione durante la mattinata europea. Il contratto Brent con scadenza dicembre è risalito fino a 100,48 dollari al barile alle 11:45 GMT, con un progresso del 2,5%, mentre il West Texas Intermediate statunitense si attestava a 92,07 dollari, guadagnando l’1,82%. Il precedente contratto di novembre aveva chiuso settembre a 103,50 dollari, dopo un aumento mensile di circa il 14%.

Sui prezzi non pesa soltanto la guerra. Le raffinerie cinesi hanno sospeso fino a nuovo avviso le esportazioni di prodotti petroliferi verso destinazioni diverse da Hong Kong e Macao, una scelta capace di ridurre ulteriormente l’offerta internazionale di carburanti in una fase già caratterizzata da tensioni sulle forniture. Nello stesso tempo sono riprese le operazioni petrolifere saudite da Yanbu e i flussi complessivi di greggio dal Golfo, comprese le spedizioni effettuate da navi con transponder disattivati, hanno raggiunto nell’ultima settimana 23,3 milioni di barili al giorno, un livello in linea con la media del 2025.

Un ulteriore elemento di tensione riguarda il Regno Unito. Cinque cittadini britannici sono stati arrestati nel fine settimana nei pressi della base RAF Fairford con il sospetto di reati connessi agli esplosivi e alla preparazione di un atto terroristico, per poi essere rilasciati su cauzione mentre proseguono le indagini. Nei furgoni utilizzati dai sospettati è stata trovata benzina, ma non esplosivi. Il primo ministro britannico Andy Burnham ha parlato di «forti indicazioni» di un possibile ruolo iraniano nell'episodio; il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha respinto l'accusa britannica.

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