Paesi sicuri, lite toghe-governo
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Redazione Interno
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La Germania nazista era un Paese sicuro? Da questo paradosso sono partiti i giudici del Tribunale di Bologna nell'ordinanza con cui chiedono alla Corte europea di Giustizia di dissipare alcune «gravissime divergenze interpretative del diritto europeo» derivanti dal recente decreto del governo sui Paesi sicuri. Varato appena una settimana fa per arginare l'azione dei giudici, dopo le mancate convalide dei decreti precedenti, il decreto ha già sollevato numerose polemiche.
La bulimia da decreto del governo Meloni, già da tempo, sta mettendo in mostra i suoi effetti avversi. Ogni questione meritevole di soluzione normativa viene affrontata in una logica emergenziale – appunto con un decreto o un articolo in un decreto omnibus – con scelte dubbie sul piano normativo e perfino pasticciate sul piano procedurale. Uno di tali pasticci, che ha coinvolto le procedure parlamentari, si è verificato nei giorni scorsi per il cosiddetto decreto Paesi sicuri e vale la pena raccontarlo per i suoi aspetti grotteschi.
Il decreto Albania, che ha suscitato un ricorso alla corte Ue, è stato criticato per promuovere anche la Germania nazista come Paese sicuro. A Bologna, i giudici della sezione immigrazione del tribunale si sono chiesti quali siano i parametri «per individuare le condizioni di sicurezza di un Paese» e quando «sussista l'obbligo per il giudice di non applicare» le disposizioni nazionali in caso di contrasto con la direttiva europea, «ai fini del riconoscimento dello status di protezione internazionale».
Giorgia Meloni, prevedendo le obiezioni dei magistrati, aveva già messo in conto che qualche giudice avrebbe sollevato delle obiezioni.




