Leonardo, il siluro a Cingolani affonda il titolo: i mercati penalizzano la scelta “politica”
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Redazione Interno
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L’effetto del “siluro” governativo si è consumato in un solo, lunghissimo, pomeriggio di contrattazioni. Il giorno dopo l’annuncio della sostituzione di Roberto Cingolani con Lorenzo Mariani alla guida del colosso della difesa, Piazza Affari ha emesso una sentenza senza appello: il titolo Leonardo è crollato, segnando una flessione che ha sfiorato il -5,27% prima di chiudere stabilmente sotto la soglia dei 56 euro. Un tonfo, questo, che racconta molto più di un semplice ribasso tecnico; è il segnale inequivocabile di un mercato che, pur avendo fiutato l’aria di tempesta nei giorni precedenti, non ha gradito il metodo né, a quanto pare, il merito della scelta.
L’azionista di maggioranza decide, il listino boccia
Il ministero dell’Economia, che controlla circa il 30,2% del gruppo, ha depositato le liste giovedì sera, ufficializzando un avvicendamento che negli ambienti finanziari si dava già per certo ma che molti speravano di evitare, visto il track record dell’ad uscente. La nomina di Mariani – un ingegnere ex ufficiale di Marina che ha scalato tutte le posizioni nell’orbita dell’ex Finmeccanica fino a diventare condirettore generale e poi numero uno di Mbda Italia – avrebbe dovuto, nelle intenzioni di chi l’ha voluta, rappresentare un cambio nella continuità. Invece, l’indice Ftse Mib ha accolto la notizia come un evento di rottura, spingendo gli investitori verso le vendite già dall’asta d’apertura. Per un titolo che negli ultimi tre anni ha guadagnato quasi il 500%, capitalizzando l’impennata delle spese militari post-conflitto ucraino, il minimo intraday toccato venerdì è un contraccolpo che ha riacceso i riflettori su una verità scomoda: il manager cercato dal governo nel 2023 per rilanciare il gruppo era riuscito nell’impresa, ma a quanto pare non aveva convinto i suoi diretti azionisti sul piano personale.
Cingolani, il fisico che disturbava la politica
L’ormai quasi ex ad, che uscirà ufficialmente di scena dopo l’assemblea del 7 maggio, ha rivendicato a denti stretti il successo operativo della sua gestione. Con lui, Leonardo ha smesso di essere un semplice fornitore di hardware per trasformarsi, come amava ripetere, in un “catalizzatore europeo” dell’elettronica e della cyber-difesa. Eppure, proprio questa visione strategica – che puntava a spostare il baratro dei profitti verso i sistemi software e l’intelligenza artificiale – pare gli sia costata la poltrona. Secondo le indiscrezioni che circolano nei palazzi romani, Cingolani sarebbe stato giudicato “troppo europeista” e, peggio ancora, troppo autonomo da certi vertici di maggioranza. Nessuno, ammette lo stesso manager, lo ha mai chiamato per spiegargli il motivo del mancato rinnovo. Un silenzio assordante che contrasta con i numeri da record presentati solo un mese fa nel piano industriale, dove si profilavano ordini per 142 miliardi entro il 2030.
Il “Dome” che ha rotto l’asse con gli Stati Uniti
Nel mezzo di questa bufera, un nome ricorre con insistenza tra le cause del divorzio: il “Michelangelo Dome”. Il progetto di scudo antimissile integrato, presentato dallo stesso Cingolani alla fine dello scorso anno, era stato pensato per rendere l’Europa autonoma sul piano della difesa aerea. Peccato che una simile ambizione, esattamente come è accaduto in altre capitali del Vecchio Continente, abbia sollevato più di un sopracciglio oltreoceano. In un contesto in cui Washington guarda con crescente attenzione (e pressione) alle commesse italiane, la spinta del governo di Giorgia Meloni verso una riconfigurazione del vertice potrebbe aver trovato proprio in questa frizione il casus belli. La new entry Mariani, più vicino ai vertici militari e alla logica tradizionale dei “pezzi di metallo”, dovrebbe rappresentare un interlocutore più rassicurante sia per lo stato maggiore che per l’alleato americano, mettendo in secondo piano – almeno per ora – l’evoluzione tecnologica spinta voluta da Cingolani.
Fiducia tradita e attese per il nuovo corso
Il ribasso del titolo non ha cancellato del tutto l’ottimismo di alcuni analisti, i quali vedono in Mariani l’uomo giusto al posto giusto per non disperdere l’eredità raccolta. Keplero, così come Equita, hanno ribadito il giudizio positivo sull’azione, confidando che la profonda conoscenza dell’universo Leonardo da parte del nuovo ad garantisca una gestione fluida dei dossier aperti, dalla joint venture satellitare con Airbus e Thales fino alla cessione degli asset di Iveco Defence. Tuttavia, l’aria che tira in Borsa è di attesa timorosa: se da un lato il mercato non vuole strappi, dall’altro la gestione “morbida” del passaggio di consegne – culminata con l’umiliazione pubblica di un manager che ha portato utili record – rischia di pesare come un macigno sulla credibilità della compagine di controllo. Per ora, Cingolani si dice “curioso” di conoscere i veri motivi del siluro. Ma a guardare il grafico delle azioni, la curiosità maggiore riguarda la capacità di Mariani di riguadagnarsi la fiducia che il listino, ieri, ha brutalmente ritirato.




