Leonardo, il divorzio da Cingolani e la lunga ombra sugli equilibri di governo

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La notizia, filtrata tra i palazzi romani già nei giorni precedenti le festività pasquali, ha trovato ieri la sua ratifica ufficiale nella lista depositata dal Tesoro, quella che sancisce il rinnovo dei vertici delle partecipate pubbliche. L’ingegnere Roberto Cingolani, fisico di formazione ed ex ministro del governo Draghi, lascia dunque la guida dell’ex Finmeccanica dopo un triennio segnato da una crescita esponenziale del titolo in Borsa – una performance che sfiora il 400 per cento in tre anni – e da una serie di alleanze industriali che hanno riposizionato Leonardo come polo aggregatore nel panorama della difesa europea. A prendere il suo posto, come amministratore delegato, sarà Lorenzo Mariani, un veterano del settore (nonché ufficiale di Marina) già in forza al gruppo e attualmente ai vertici di Mbda, mentre la presidenza passa a Francesco Macrì. Un avvicendamento, questo, che la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha voluto personalmente, nonostante l’imprenditorialità e i risultati conseguiti dal manager uscente; lo stesso Cingolani, in queste ore, ha rivendicato con toni delusi ma combattivi la propria autonomia dai partiti e il successo della sua gestione, convinto di aver fatto del gruppo un “catalizzatore” europeo capace di impensierire persino gli Stati Uniti.

Il "caso" Michelangelo Dome e le frizioni transatlantiche

Se i numeri (quelli veri, degli utili e degli ordini) giocavano a favore della continuità, è sul terreno geopolitico che si sarebbe consumato il vero scollamento tra l’ex numero uno e Palazzo Chigi. Cingolani, infatti, ha spinto con decisione sul progetto dello “scudo antimissile” europeo, ribattezzato Michelangelo Dome, una visione ambiziosa – sulla scia dell’Iron Dome israeliano – che prevede la creazione di un sistema di difesa integrato basato sull’intelligenza artificiale in collaborazione con i colossi del Vecchio Continente come Airbus, Thales e la tedesca Rheinmetall. Ebbene, secondo le ricostruzioni che circolano negli ambienti del ministero della Difesa, è proprio questa spinta all’autonomia strategica dell’Europa (e di riflesso dell’Italia) ad aver urtato la sensibilità dell’amministrazione Trump, tornata alla Casa Bianca ormai da oltre un anno. L’alleanza stretta tra Meloni e Washington non ha gradito l’idea di un sistema di protezione dei cieli che escludesse, o quantomeno ridimensionasse, il ruolo dei colossi d’oltreoceano. In quest’ottica, il carattere “troppo indipendente” di Cingolani – capace di stipulare accordi con i turchi di Baykar per i droni e con i giapponesi per il caccia di sesta generazione senza passare continuamente dal vaglio politico – sarebbe diventato, agli occhi della premier, un problema più grande dei dividendi generati.

Il fronte della Borsa e la reazione degli investitori

La reazione dei mercati, di contro, non si è fatta attendere né ha lasciato spazio a interpretazioni ambigue. Il day after del siluramento è stato una vera e propria doccia fredda per gli azionisti: il titolo Leonardo ha aperto le contrattazioni in forte ribasso, toccando una flessione del 7,5 per cento a metà seduta per poi chiudere con un passivo che si è attestato intorno al 5,27 per cento. Un verdetto severo, quello della sala operative di Piazza Affari, che sembra premiare la gestione del passato piuttosto che le incertezze del futuro. C’è però da notare, a scanso di facili allarmismi, come diversi analisti (tra cui quelli di Equita e Kepler) abbiano accolto con favore il nome di Mariani, ritenendolo un garante di “continuità” gestionale; l’ingegnere, del resto, è un profilo profondamente radicato nelle dinamiche industriali del comparto difesa, e il suo arrivo potrebbe placare gli animi una volta che la polvere si sarà posata. Resta tuttavia il dato di fatto che l’operazione lascia un segno tangibile sull’asset più strategico del capitale italiano, in un momento storico in cui le spese militari sono tornate al centro dell’agenda europea.

La distanza tra Crosetto e Palazzo Chigi

Al di là delle oscillazioni del listino, il vero terremoto prodotto dal valzer delle poltrone è di natura politica e va a intaccare gli equilibri interni alla maggioranza. Il grande sconfitto di questa tornata, come sottolineato da più parti, è il ministro della Difesa Guido Crosetto. Lui che tre anni fa aveva caldeggiato proprio il nome di Mariani (sconfitto allora da Cingolani), in questo mandato aveva sviluppato un rapporto di stima e collaborazione con l’ad uscente, arrivando a difenderlo pubblicamente con l’assioma che sono “i numeri e i mercati” a giudicare un manager, non la politica. Crosetto ha dovuto subire la decisione di Meloni, subendo una doppia umiliazione: prima perché il suo protetto (Mariani) viene nominato solo dopo che la premier ha deciso di rimuovere il vecchio amico del ministro; seconda perché l’operazione ridimensiona l’influenza del suo dicastero su Leonardo, azienda che per legge e per missione dovrebbe rispondere prioritariamente alle esigenze della Difesa. La frattura, sebbene celata dai proclami ufficiali di unità, rischia di lasciare strascichi profondi nei prossimi appuntamenti caldi del governo, in particolare quelli legati al riarmo e alle missioni internazionali. Mentre Cingolani incassa l’addio con una buonuscita milionaria fatta di azioni gratuite, il fronte politico si prepara a una lunga scia di veleni incrociati tra il Viminale e la sede dell’ex Finmeccanica.

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