Leonardo, il mercato punisce l’ipotesi di un addio di Cingolani
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Redazione Economia
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La voce, ancora non ufficializzata ma sempre più insistente, di un possibile avvicendamento al vertice di Leonardo ha innescato una reazione violenta sui listini. Nella sola giornata di martedì 7 aprile, il titolo del gruppo della difesa – ex Finmeccanica, va ricordato – ha subito una raffica di vendite tale da farlo arretrare dell’8,05%, chiudendo a quota 57,25 euro. Un segnale inequivocabile, questo, che gli investitori non hanno gradito l’indiscrezione secondo cui palazzo Chigi sarebbe orientato a non riconfermare Roberto Cingolani, l’amministratore delegato imposto tre anni fa dalla stessa premier Giorgia Meloni.
A rendere paradossale la vicenda, e lo dicono le cronache di questi giorni, è proprio la genesi della sua nomina. All’epoca, fu Meloni in persona a volerlo, magari strappandolo a candidati ritenuti più esperti del settore, con un secco «decido io» che allora non ammetteva repliche. Oggi, alla vigilia della scadenza del 13 aprile – termine ultimo per la presentazione delle liste per il rinnovo del consiglio di amministrazione – quel «decido io» rischia di essere pronunciato al contrario, per rimuoverlo. Nel mezzo, ci sono risultati da record conseguiti dal manager, che pure avevano convinto gli analisti più severi, e altrettante tensioni, mai del tutto sopite, con la presidenza del Consiglio e con alcune frange dell’apparato militare.
Il voto secco di Piazza Affari e il giudizio degli analisti
Il crollo del titolo, va detto, non è stato un accidente di percorso. Gli analisti di Equita, interpellati sulla questione, hanno definito «sorprendente» l’eventualità di una mancata conferma, proprio perché Cingolani è stato nominato dall’attuale esecutivo e ne ha garantito, negli ultimi anni, i risultati più brillanti. Il mercato, insomma, ha già votato prima ancora che il governo Meloni – con il tradizionale vertice a tre tra la premier, Matteo Salvini e Antonio Tajani – sciolga il nodo delle grandi partecipate pubbliche. E quel voto è stato netto: l’azione è stata bersagliata senza sconti, bruciando in poche ore una fetta significativa della capitalizzazione.
Le tensioni di palazzo e lo stile di governo della premier
La vicenda, nella sua paradossalità, restituisce bene lo stile con cui Giorgia Meloni conduce la partita delle nomine. Tre anni fa impose Cingolani, quasi contro tutti, usando la sua autorevolezza per scavalcando profili tecnicamente più accreditati. Oggi, a sorpresa – e senza che ancora vi sia un annuncio ufficiale – lo vorrebbe sostituire, alimentando così un clima di incertezza che i mercati, si sa, non amano. Nel frattempo, l’ad uscente può consolarsi con uno stipendio cresciuto nel corso del mandato e con una buonuscita che, in caso di addio, sarebbe comunque sa. Resta da vedere se il vertice di maggioranza, convocato per limare le ultime asperità, confermerà o meno questa linea.
L’attesa per le liste del 13 aprile
Tutto è sospeso fino al 13 aprile, data ultima per depositare le liste per il rinnovo del consiglio di amministrazione. Fino ad allora, le voci continueranno a rimbalzare tra i palazzi romani e le sale operative di Piazza Affari, dove l’azione di Leonardo resta sotto osservazione. Quel che è certo, per ora, è che l’affondo dell’8,05% rappresenta una bordata che il governo farà fatica a ignorare, anche perché il dossier delle nomine nelle partecipate pubbliche è tradizionalmente un banco di prova delicatissimo per qualsiasi esecutivo. E se il mercato ha già espresso il suo parere, resta da capire se chi governa vorrà ascoltarlo.




