L’Atlantico più largo e l’embrione di una nuova Europa
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Redazione Esteri
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Con l’elezione di Giovanni XXIII al soglio pontificio, Giovanni Spadolini, in un editoriale divenuto celebre, parlò di un “Tevere più largo”, prefigurando un cambiamento epocale nei rapporti tra Stato e Chiesa dopo il lungo pontificato di Pio XII. Quell’immagine, che evocava un mutamento di prospettiva, sembra oggi riproporsi, seppur in un contesto diverso, nelle parole di Donald Trump. L’ex presidente americano, infatti, ha recentemente dichiarato che “un vasto oceano” separa gli Stati Uniti dall’Europa, sottolineando come il conflitto ucraino sia più rilevante per gli europei che per gli americani. Un’affermazione che, al di là della sua apparente ovvietà, riflette un atteggiamento distaccato, se non ostile, verso il Vecchio Continente, in netto contrasto con lo spirito dell’Alleanza Atlantica, anche se non necessariamente con la sua lettera.
Trump, che sin dall’inizio della sua seconda presidenza ha mantenuto un approccio critico verso l’Europa, sembra voler ridisegnare i rapporti transatlantici, lasciando intendere che gli Stati Uniti non intendono più farsi carico di oneri che considerano ormai superati. Una posizione che, se da un lato rispecchia una certa tradizione isolazionista americana, dall’altro rischia di lasciare l’Europa in una posizione di fragilità, costretta a ripensare il proprio ruolo sulla scena internazionale.
Proprio in questo contesto, il segretario della Nato, Rutte – il cui nome sembra quasi un presagio – ha recentemente sollecitato i paesi dell’Unione Europea ad aumentare la spesa militare, portandola al 2% del PIL entro i prossimi mesi. Un obiettivo che, se raggiunto, potrebbe rafforzare l’impianto di difesa europeo, ma che al momento appare più come una necessità dettata dalle circostanze che una scelta strategica condivisa. Rutte, infatti, insiste nel promuovere politiche di potenziamento militare anche mentre la guerra in Ucraina, grazie agli accordi tra Vladimir Putin e Donald Trump, sembra avviarsi verso una conclusione.
L’Europa, dal canto suo, prova a riorganizzarsi, ma i passi concreti finora compiuti sono pochi. Tra questi, spicca il voto alle Nazioni Unite, dove l’UE ha emendato un testo proposto dagli Stati Uniti, ribadendo la necessità di preservare l’unità territoriale dell’Ucraina. Una presa di posizione che, tuttavia, appare quasi simbolica, considerando che Washington ha già archiviato la questione in nome di un accordo di pace che, di fatto, emargina l’Europa dal tavolo delle trattative.
Un altro gesto significativo è stato il viaggio di Macron negli Stati Uniti, durante il quale il presidente francese avrebbe ottenuto un po’ di tempo in più per cercare di mediare tra le parti. Un tentativo che, se da un lato dimostra la volontà di Parigi di giocare un ruolo da protagonista, dall’altro evidenzia la difficoltà dell’Europa di parlare con una voce unica e autorevole.
In questo scenario, l’idea di un’Europa libera e unita, come auspicato da alcuni movimenti già nel secolo scorso, sembra ancora lontana. Un’Europa che, per potersi affermare come attore globale, deve superare divisioni interne e trovare una propria identità strategica, senza dipendere eccessivamente dagli Stati Uniti. Ma, come dimostrano i recenti sviluppi, il cammino è ancora lungo e incerto.




