Il fronte della comedy americana contro Trump: Colbert accusa la Cbs di aver bloccato un’intervista a un democratico per paura della Fcc

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La notte di lunedì 16 febbraio, qualcosa non ha funzionato negli ingranaggi, solitamente oliati, del The Late Show with Stephen Colbert. Un segmento previsto, un’intervista con il candidato democratico al Senato per il Texas, James Talarico, non è andato in onda. Non se ne sarebbe accorto nessuno, o quasi, se quello stesso spezzone non fosse riapparso poche ore dopo, martedì mattina, integralmente pubblicato sul canale YouTube ufficiale del programma. È stato lo stesso conduttore, nel corso della successiva puntata, a gettare luce sulla vicenda e ad alzare il velo su quella che ha definito una chiara ingerenza da parte dei vertici della sua stessa rete, la Cbs. Colbert ha raccontato al pubblico, con la consueta ironia tagliente che da anni caratterizza i suoi monologhi, di aver ricevuto una telefonata in termini inequivocabili dai legali della società: Talarico non poteva essere ospitato in trasmissione. Non solo, gli è stato intimato di non menzionare nemmeno l’assenza forzata del politico, una richiesta che lui stesso ha definito paradossale e che ha ovviamente disatteso, dedicando ampio spazio alla vicenda proprio per denunciare quelle che ritiene essere pressioni censorie -1-8.

Al centro di questa disputa, che vede contrapposti non solo un comico e un network ma anche l’intero sistema dell’informazione televisiva americana e la nuova amministrazione Trump, c’è una norma vecchia di quasi un secolo: la “equal-time rule”. Si tratta di un principio sancito dal Communications Act del 1934, che impone a tutte le emittenti televisive e radiofoniche che operano su frequenze pubbliche di garantire pari spazio e opportunità a tutti i candidati politici durante una campagna elettorale. Se una rete ospita un aspirante a una carica, deve essere pronta a concedere lo stesso trattamento ai suoi avversari. Storicamente, i programmi di intrattenimento come i late-night show hanno goduto di un'esenzione, essendo considerati a tutti gli effetti trasmissioni informative o di intervista “in buona fede”, e hanno potuto così dialogare liberamente con i politici senza innescare l’obbligo di par condicio. Tuttavia, a gennaio, il nuovo presidente della Federal Communications Commission (Fcc), Brendan Carr, nominato da Donald Trump, ha inviato una lettera alle reti in cui metteva in discussione proprio questa esenzione, sostenendo che non ci sarebbero prove sufficienti per considerare automaticamente i talk show esentati dalla regola, e che la decisione andrebbe valutata caso per caso, specialmente laddove si possa ravvisare una “motivazione di parte” nella scelta di ospitare un candidato -2-8.

La reazione di Cbs, secondo la ricostruzione di Colbert e dei suoi legali, sarebbe stata una forma di “obbedienza preventiva” nei confronti di queste nuove e più aggressive direttive. La rete, dal canto suo, ha respinto al mittente le accuse di censura, diffondendo un comunicato in cui si afferma che “The Late Show” non è stato affatto bloccato, ma che ai produttori è stato semplicemente fornito un parere legale, avvertendoli che la messa in onda dell’intervista avrebbe potuto innescare l’applicazione della equal-time rule da parte della Fcc -6. Una distinzione, quella tra “blocco” e “consulenza legale”, che Colbert ha deriso apertamente in onda, mostrando il comunicato stampa della ration e gettandolo via con sarcasmo, per poi ribadire come, nella sostanza, l’effetto sia stato identico: impedire la diffusione di una voce critica nei confronti dell’amministrazione Trump a pochi mesi dalle elezioni di midterm -7.

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