Scontro sul ddl consenso, la riforma anti-stupro si arena in commissione

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L'iter della legge che intende riformare il reato di violenza sessuale, ponendo il principio del "consenso libero e attuale" come elemento cardine, ha subito una brusca battuta d'arresto in Senato, proprio nel giorno in cui, simbolicamente, se ne attendeva l'approvazione definitiva. Il disegno di legge, che aveva beneficiato di un raro accordo bipartisan e che era stato votato all'unanimità dalla Camera, non ha superato l'esame della Commissione Giustizia di Palazzo Madama, dove la maggioranza ha chiesto ulteriori approfondimenti, imponendo una pausa di riflessione che ha fatto saltare la calendarizzazione in Aula. Quella che doveva essere una mera formalità si è dunque trasformata in uno scontro politico, rimandando a data da destinarsi una delle riforme penali più discusse degli ultimi anni, la quale, in assenza di un consenso esplicito, qualificherebbe qualsiasi atto sessuale come violenza.

La richiesta di audizioni e lo slittamento dei tempi

All'origine del rinvio, una richiesta della maggioranza di svolgere nuove audizioni in commissione, motivata dalla necessità di vagliare con maggiore scrupolo gli aspetti tecnici della norma. Questo improvviso scoglio procedurale, che ha di fatto congelato il provvedimento, ha suscitato immediate reazioni, sebbene dal governo sia arrivata l'affermazione che "la legge ci sarà, ma fatta meglio", come ha dichiarato l'esponente della maggioranza Bongiorno, lasciando intendere che la volontà non sia di affossare la riforma bensì di modellarne ulteriormente il contenuto. Tuttavia, l'episodio segna una frattura significativa nell'unità che aveva caratterizzato il percorso alla Camera, dimostrando come il consenso politico attorno alla riforma fosse più fragile di quanto apparisse in un primo momento.

L'ira delle opposizioni e il contesto simbolico

Le opposizioni hanno espresso forte delusione e rabbia per quanto accaduto, sottolineando la contraddizione di un blocco in una data così carica di significato come il 25 novembre, Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne. L'accordo, voluto e promosso dalla leader dell'opposizione Schlein e dalla presidente del Consiglio Meloni, appare ora compromesso, con le forze politiche che si accusano reciprocamente di aver infranto uno spirito collaborativo che sembrava aver superato le divisioni ideologiche. La delusione è acuita dal fatto che il testo, nella sua sostanza, era già stato negoziato e approvato in un altro ramo del Parlamento, rendendo l'ostacolo in Senato una sorpresa per molti.

Il parallelo con l'introduzione del reato di femminicidio

Nel frattempo, procede, seppur su un binario diverso, l'altro grande pilastro della lotta alla violenza di genere: l'introduzione nel codice penale del delitto specifico di femminicidio. Questo provvedimento, che ha già ottenuto il via libera dal Senato e che attende ora il voto definitivo della Camera, stabilisce una nuova fattispecie di reato, l'articolo 577-bis, prevedendo la pena dell'ergastolo per tutti quei casi in cui l'omicidio di una donna sia commesso per ragioni connesse alla discriminazione di genere, all'odio o alla volontà di reprimere la sua libertà. Un intervento legislativo, questo, che procede indipendentemente dalle sorti della riforma sul consenso e che mira a colmare un vuoto normativo da tempo denunciato.

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