McGrath inforca e fugge nel bosco, la sua disperazione diventa l’immagine dei Giochi
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Redazione Sport
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Il verdetto della neve, si sa, è inappellabile: pronunciato in un istante, condanna senza appello. E sulla pista Stelvio di Bormio, teatro dello slalom speciale maschile di queste Olimpiadi di Milano Cortina 2026, quel verdetto ha colpito Atle Lie McGrath, il norvegese volante che aveva letteralmente dominato la prima manche, accumulando quei cinquantanove centesimi di vantaggio sullo svizzero Loic Meillard che in slalom rappresentano un tesoro inestimabile. Poi, però, è bastato un errore di pochi centimetri, un’inforcata fatale dopo una dozzina di porte nella seconda discesa, per trasformare l’oro che sembrava già al collo in una voragine di frustrazione e dolore. Mentre Meillard, giù al traguardo, poteva finalmente esplodere in una gioia incontenibile, completando un’Olimpiade che lo consacra tra i grandi -1-2, McGrath si è fermato, con le mani nei capelli, a fissare il nulla. Poi, in un crescendo rabbioso, ha scagliato i bastoncini oltre le reti, si è strappato di dosso i parastinchi e, dopo essersi sfilato gli sci, ha scavalcato le protezioni per avviarsi a piedi, con gli scarponi ai piedi, verso il bosco che costeggia il tracciato. Un’immagine, quella del venticinquenne norvegese che scompare tra gli alberi, destinata a restare impressa nella memoria collettiva di questi Giochi ben più della stessa medaglia d’oro vinta dallo svizzero -6-10.
Il dolore di un lutto e la fuga nel bosco come unico rifugio
Quella fuga, però, non è stata solo la reazione a caldo di un atleta che vede svanire il sogno di una vita in una frazione di secondo. Chi lo ha visto oltrepassare le reti e dirigersi verso la coltre bianca ai margini della pista, fino a sdraiarsi e abbandonarsi a una disperazione silenziosa, ha percepito l’eco di qualcosa di più profondo. McGrath stesso, parlando successivamente con i giornalisti davanti all’hotel della squadra norvegese dopo essersi sottratto ai microfoni nell’immediatezza della gara, ha svelato il peso insopportabile che si portava dentro. Il giorno della cerimonia di apertura, suo nonno, una figura centrale nella sua vita e alla quale era legatissimo, era venuto a mancare -3-7. Un lutto che il campione, che aveva vinto due gare di Coppa del Mondo in slalom quest’anno, portava addosso come un macigno, gareggiando con un lutto al braccio e confidando di poter dedicare proprio a lui quella medaglia d’oro che sembrava così vicina. “Cercavo solo un po’ di pace e di tranquillità”, ha spiegato riferendosi alla sua fuga nel bosco, un tentativo disperato di isolarsi dal mondo in un momento in cui tutto gli crollava addosso, un bisogno di silenzio che è stato però violato dall’arrivo di fotografi e forze dell’ordine, accorsi sul posto, che lo hanno raggiunto tra gli alberi, rendendo vano anche quel fragile rifugio -3-4.
L’esultanza dell’allenatore svizzero e quel quinto posto nel gigante
A rendere il momento ancora più surreale e amaro è stato un dettaglio che non è sfuggito alle telecamere e, naturalmente, allo stesso McGrath. L’inforcata è avvenuta proprio davanti a Thierry Meynet, l’allenatore capo della squadra svizzera, il quale, realizzando all’istante che l’errore del norvegese consegnava l’oro al suo atleta Meillard, ha alzato le braccia al cielo in un gesto di incontenibile esultanza, una scena che il diretto interessato ha visto nitidamente mentre cercava di metabolizzare la propria disfatta. “E’ stata la prima cosa che ho visto”, ha raccontato McGrath, lasciando intendere senza mezzi termini il suo pensiero su quella scena, pur aggiungendo poi che quello non era stato che l’ennesimo tassello di un quadro già di per sé drammatico -3-8. Un quadro composto anche da una delusione precedente, quel quinto posto nel gigante che già lo aveva lasciato con l’amaro in bocca, e dalla consapevolezza che, a venticinque anni, dovrà aspettare altri quattro per potersi ripresentare all’appuntamento olimpico, quando avrà ventinove primavere. Un mix esplosivo di elementi personali e professionali che hanno fatto dire al norvegese di aver vissuto i giorni più duri della sua carriera, ammettendo candidamente di aver bisogno di aiuto per superare tutto questo -3.
Il trionfo di Meillard e una Svizzera dominatrice nello sci alpino
Mentre McGrath viveva il suo dramma personale tra gli abeti della pista Stelvio, a valle Loic Meillard consumava la sua rivincita sportiva. Lo svizzero, con una seconda manche chirurgica, ha scalato la classifica per andarsi a prendere l’oro olimpico con il tempo complessivo di 1'53"61, completando una rassegna iridata che lo vede salire sul podio per la terza volta in questi Giochi, dopo l’argento in combinata e il bronzo in gigante -1-2. Alle sue spalle, l’austriaco Fabio Gstrein ha conquistato un prestigioso argento, mentre il bronzo è andato a Henrik Kristoffersen, compagno di squadra di McGrath, che ha raccolto i cocci di una squadra norvegese segnata dall’uscita del suo campione. L’argento dello slalom, peraltro, è andato a consolidare il primato elvetico nello sci alpino maschile di questa edizione, con la Svizzera che ha conquistato quattro ori su cinque discipline, confermando una superiorità tecnica e atletica difficilmente contestabile -1. Tra le file azzurre, invece, nessuno è riuscito a lasciare il segno: l’unico a terminare la gara è stato Tommaso Saccardi, dodicesimo con il pettorale numero 37, mentre per Alex Vinatzer, Tommaso Sala e Tobias Kastlunger sono arrivate altrettante inforcate, a suggellare una Olimpiade amara per la squadra italiana di casa -1-2.




