Dubai, esplosioni sul Palm Jumeirah: un hotel in fiamme dopo gli attacchi iraniani

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’escalation militare in Medio Oriente, innescata dalle operazioni congiunte di Stati Uniti e Israele contro obiettivi in territorio iraniano, ha prodotto i suoi effetti anche nel cuore degli Emirati Arabi Uniti, trasformando uno dei luoghi simbolo del lusso e della modernità di Dubai in un teatro di guerra. Nella serata di sabato, infatti, diverse esplosioni sono state avvertite sulla celebre isola artificiale di Palm Jumeirah, dove una colonna di fumo nero e denso si è levata alta nel cielo, seminando il panico tra residenti e turisti. Secondo le prime ricostruzioni, corroborate da testimonianze raccolte dall’Afp e da video amatoriali che hanno fatto rapidamente il giro del web, il bersaglio dell’attacco — o meglio, dell’impatto — sarebbe stato il Fairmont Hotel, uno dei resort più esclusivi situato sul “tronco” della palma. Le fiamme, divampate con violenza all’ingresso della struttura, hanno richiesto l’intervento immediato delle squadre di soccorso, con ambulanze udite sfrecciare verso il luogo del sinistro mentre la Protezione Civile di Dubai lavorava per mettere in sicurezza l’area e domare il rogo.

Se le autorità locali, per il tramite del Dubai Media Office, hanno confermato un “incidente” in un edificio della zona, limitandosi a dichiarare che l’emergenza è stata gestita e che quattro persone sono rimaste ferite e trasportate in strutture mediche, il contesto in cui l’evento si è verificato lascia pochi margini al dubbio circa la sua natura. L’incendio al Fairmont è coinciso infatti con una vasta e coordinata rappresaglia da parte dell’Iran, il quale, attraverso il delle Guardie della Rivoluzione Islamica, ha rivendicato il lancio di decine di missili e droni verso basi militari statunitensi dislocate in vari paesi del Golfo. L’operazione, battezzata “True Promise 4”, è stata presentata come una risposta diretta ai bombardamenti che poche ore prima avevano colpito il suolo iraniano, mirando — stando a fonti israeliane — a “diversi alti funzionari” del regime di Teheran. In questo quadro di tensioni incrociate, Dubai e Abu Dhabi si sono ritrovate sulla linea del fronte, con i loro cieli solcati da ordigni e i loro sistemi di difesa aerea costantemente in azione per intercettare le minacce in arrivo.

La dinamica precisa del danneggiamento del Fairmont Hotel rimane al centro di alcune discrepanze nelle ricostruzioni, dettaglio, questo, che alimenta la cautela nelle valutazioni ufficiali. Se da un lato vi sono fonti che parlano di un presunto impatto diretto di un missile o di un drone kamikaze Shahed sulla struttura alberghiera, dall’altro lato — e con maggiore insistenza — si ipotizza che l’incendio possa essere stato innescato dalla caduta di frammenti e detriti di un missile intercettato dalle difese emiratine. Quel che è certo, come confermato da più agenzie internazionali, è che l’intera area metropolitana di Dubai è stata scossa da boati ripetuti: i giornalisti della CNN presenti sul posto hanno riferito di aver udito cinque forti esplosioni, quattro delle quali particolarmente violente, senza che fosse possibile discernere se si trattasse di ordigni in arrivo o di intercettazioni aeree.

Panico tra i residenti e paralisi della città

La popolazione civile, colta di sorpresa dall’improvvisa accelerazione degli eventi bellici, ha vissuto momenti di autentica paura. Rosa D'Amico-Stones, italiana originaria di Palermo e residente a Dubai da quarant’anni, ha raccontato all’ANSA di aver assistito allo scoppio di due missili intercettati e di aver appreso solo in un secondo momento dell'incendio al Fairmont, sottolineando come non avesse mai visto nulla di simile in tutti i suoi anni negli Emirati. Il timore si è diffuso rapidamente, svuotando i centri commerciali in quello che, essendo sabato, è tradizionalmente un giorno di intensa affluenza e lasciando spazio a una tensione palpabile, acuita dalle sirene e dalla presenza massiccia dei mezzi di soccorso per le strade. Le autorità, nel tentativo di gestire l’emergenza e prevenire ulteriori rischi, hanno disposto la sospensione immediata e a tempo indeterminato di tutti i voli in partenza e in arrivo dai due principali scali della città, Dubai International (DXB) e Dubai World Central (DWC), sconsigliando tassativamente ai passeggeri di recarsi in aeroporto.

Una rappresaglia che travolge il Golfo

L’offensiva iraniana non si è limitata al solo emirato di Dubai, ma ha assunto le proporzioni di un attacco su vasta scala contro le teste di ponte militari americane nella regione, confermando la volontà di Teheran di allargare il conflitto per saturare le difese nemiche. Oltre agli Emirati, sono state prese di mira basi strategiche in Bahrain, dove ha sede la Quinta Flotta della Marina statunitense, in Kuwait con l'attacco alla base aerea di Ali Al Salem, e in Qatar, nel complesso di Al Udeid che ospita il quartier generale del CentCom. Nella stessa Abu Dhabi, un cittadino pakistano ha perso la vita a causa della caduta di frammenti di un missile, mentre la difesa aerea locale è stata costantemente impegnata a contrastare le ondate successive di droni e missili balistici. Gli attacchi, definiti dal ministro della Difesa israeliano Israel Katz come parte di un'operazione più ampia denominata “Leone Ruggente” volta a “rimuovere le minacce”, hanno di fatto trasformato l'intero spazio aereo del Golfo in una zona di guerra, con voli di linea cancellati e nazioni come l'Iraq che hanno chiuso i propri cieli per motivi di sicurezza.

La risposta emiratina tra fermezza e cautela

In questo scenario di fuoco incrociato, la posizione degli Emirati Arabi Uniti si è fatta immediatamente netta sul piano diplomatico, pur mantenendo un approccio misurato nella comunicazione dei dettagli operativi. Il Ministero della Difesa di Abu Dhabi ha rilasciato una dichiarazione in cui si condanna senza mezzi termini la “palese aggressione” iraniana, qualificandola come una “pericolosa escalation” e una chiara violazione della sovranità nazionale e del diritto internazionale. Le autorità hanno ribadito il pieno diritto di prendere tutte le misure necessarie per proteggere il proprio territorio e i propri cittadini, pur non fornendo, al momento, indicazioni precise su un'eventuale risposta militare diretta. Sul terreno, l'efficacia dei sistemi di difesa, come testimoniano le numerose intercettazioni andate a segno, ha probabilmente impedito una strage di proporzioni ben maggiori, circoscrivendo i danni e le vittime a pochi episodi, sebbene l'ombra di un conflitto prolungato continui a gravare minacciosamente su una regione già segnata da decenni di instabilità.

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