Fuga da Dubai, la testimonianza di un imprenditore cosentino bloccato negli Emirati e l'illusione della sicurezza infranta dai droni

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il rientro in Italia di un imprenditore cosentino, bloccato a Dubai dallo scorso 27 febbraio e atteso nella serata di oggi con un volo che dall'Oman lo riporterà finalmente a casa, è solo la punta di un iceberg fatto di decine di migliaia di connazionali, tra residenti e turisti, che si trovano invischiati nella crisi mediorientale innescata dagli attacchi iraniani. Francesco Leone, questo il suo nome, era negli Emirati Arabi per una ragione ben precisa e profondamente umana, ovvero festeggiare il proprio compleanno insieme a quello della sorella, ma ciò che doveva essere una celebrazione si è trasformato in un incubo quando, sabato scorso, i primi droni e missili hanno cominciato a solcare i cieli della regione, colpendo infrastrutture civili e militari. Raggiunto telefonicamente mentre un'automobile lo stava portando fuori dal Paese, Leone ha raccontato la sua personale odissea, fatta di attesa e apprensione, unendosi al coro di voci di quei nostri corregionali che, a causa dell'escalation, stanno cercando in ogni modo di lasciare gli Emirati. Il suo trasferimento in Oman, dove ha trovato un volo per l'Italia, rappresenta un piccolo spiraglio in un quadro complessivamente drammatico, che vede la macchina della Farnesina al lavoro per assistere oltre settantamila italiani sparsi nella regione, con una concentrazione particolarmente alta proprio a Dubai e Abu Dhabi, dove se ne contano circa trentamila.

“Restiamo chiusi in casa come quando c’era il Covid”, il racconto di chi ha scelto di non scappare e vive nel timore di nuovi attacchi

Non tutti, però, hanno la possibilità o l'intenzione di abbandonare la città; c'è chi, come l'ingegnere spoletino Marco Peruzzi, da anni residente stabile a Dubai con la famiglia, ha deciso di restare, cercando di condurre una vita per quanto possibile normale nonostante il conflitto. “La situazione rispetto a sabato è molto migliorata”, ha dichiarato Peruzzi, riferendosi a quei primi, terrificanti attacchi che sono proseguiti per tutta la notte e nei giorni successivi, costringendo la popolazione a cercare rifugio e a modificare radicalmente le proprie abitudini. Il paragone con i tempi del lockdown è immediato e calzante: le auto sono scomparse dalle strade, le scuole hanno chiuso i battenti, e la vita si è ritirata tra le mura domestiche, in attesa che l'incubo finisca. È la stessa sensazione di clausura forzata descritta da altri italiani presenti sul posto, come Francesca Raspavolo, insegnante che da quattro anni vive a Dubai, la quale ha raccontato di un silenzio surreale rotto solo da rumori di fondo inquietanti, un'atmosfera che riecheggia quella vissuta durante la pandemia, ma con l'aggravante della paura per la propria incolumità fisica. Anche nel mondo della ristorazione, fiore all'occhiello del made in Italy all'estero, la tensione è palpabile: chef e imprenditori come Carmine Forte, sous chef al Bvlgari Resort Dubai, pur riconoscendo che i sistemi di difesa sembrano funzionare intercettando i missili, non nascondono l'ansia e la paura di chi, per la prima volta, si trova letteralmente sotto il tiro incrociato di una guerra. E poi ci sono le notti di terrore vissute da altri, come Livia e Alfonso Iaccarino, che al momento dell'impatto si trovavano sull'isola artificiale di Palm Jumeirah e sono stati fatti precipitare nei garage sotterranei, costretti a trascorrere ore buie rannicchiati nelle auto o per terra, in attesa che l'allarme cessasse, per poi risalire in appartamento e vivere con l'ansia costante del prossimo alert sul telefono.

L’illusione della neutralità infranta: Dubai nel mirino, tra danni collaterali e strategie globali

Quello che sta accadendo a Dubai rappresenta, per molti versi, la fine di un'illusione durata decenni, quella cioè che il denaro, lo sviluppo sfrenato e una certa aura di neutralità potessero mettere al riparo la città-stato dagli orrori della guerra, sempre percepita come un evento lontano, relegato a Stati fragili e confini instabili. La città, costruita come monumento alla globalizzazione e alla stabilità finanziaria, scopre ora tutta la sua vulnerabilità: le immagini dei droni che solcano il cielo e dei missili che cadono su aeroporti, hotel di lusso e grattacieli simbolo come il Burj Khalifa, evacuato dopo i lanci, hanno mostrato come la sicurezza non possa essere trattata come una semplice merce. Le autorità emiratine, pur ribadendo una linea di difesa e non di attacco, coerente con una politica di buon vicinato e de-escalation, si trovano ora a dover fare i conti con una realtà drammatica: più di mille droni e missili sono stati lanciati dall'Iran contro obiettivi negli Emirati, causando danni significativi e, stando ad alcune fonti, anche vittime. Un attacco ha preso di mira addirittura il consolato americano a Dubai, con un drone che ha colpito un parcheggio adiacente all'edificio, un'azione che ha costretto il Segretario di Stato Marco Rubio a confermare l'incendio, per fortuna domato senza danni al personale. La risposta di Abu Dhabi, per ora, sembra limitarsi a una riflessione su possibili contromisure economiche, come il congelamento dei miliardi di dollari di attività iraniane detenute nel Paese, una mossa che, se attuata, potrebbe paralizzare l'accesso di Teheran ai mercati globali e al commercio di valuta estera.

L’aeroporto internazionale nel caos e la difficoltà dei rientri tra voli cancellati e corridoi umanitari

Il caos generato dagli attacchi ha avuto il suo epicentro nel cuore pulsante dell'economia locale e globale, ovvero l'aeroporto Internazionale di Dubai, uno degli scali più trafficati del pianeta, che ha chiuso il 2025 con un record di oltre 95 milioni di passeggeri. L'impatto di un presunto drone o missile balistico contro una delle sue terminal ha provocato feriti, evacuazioni di massa e danni strutturali evidenti, gettando nel panico migliaia di viaggiatori e bloccando di fatto uno snodo cruciale per il traffico aereo mondiale, quello che convoglia da solo il 5% di tutti i viaggi internazionali. La risposta delle compagnie aeree non si è fatta attendere: Emirates, flydubai ed Etihad Airways hanno inizialmente sospeso la maggior parte dei voli, per poi riprenderli in maniera molto limitata, concentrandosi principalmente su voli speciali per il rimpatrio dei cittadini stranieri. La Farnesina, attraverso una task force dedicata, sta lavorando senza sosta per assistere gli italiani, organizzando voli charter e corridoi umanitari, spesso con partenza da aeroporti alternativi come quelli dell'Oman, dell'Arabia Saudita o del Qatar, dato il divieto imposto alle compagnie europee di sorvolare le aree a rischio. Tra i duemila studenti in gita, le squadre di volley come Cuneo e Cisterna, bloccate dopo aver partecipato a tornei internazionali, e i comuni turisti, l'unica raccomandazione che le autorità possono dare è quella di trovare rifugio, di non uscire e di attendere, in una sorta di sospensione temporale che ricorda i momenti più bui della pandemia, mentre la regione trattiene il fiato e il mondo osserva le sorti di un conflitto che non accenna a placarsi.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.