Il grido d'allarme del vino piemontese: cantine piene e prezzi in caduta libera, una crisi paragonabile al 2008

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Per un giorno hanno abbandonato i filari e le cantine, quei luoghi dove il silenzio è rotto solo dal gorgoglio delle botti e dove, oggi, giacciono scorte sempre più imponenti di vino invenduto. I produttori piemontesi, riuniti in Consiglio regionale a Torino dinanzi alla Commissione Economia, hanno dipinto un affresco a tinte fosche della loro realtà, usando un paragone che non lascia spazio a fraintendimenti: la crisi che stanno attraversando, per gravità, sarebbe paragonabile solo a quella finanziaria del 2008 o all'emergenza pandemica -1. Un paradosso solo apparente, se si considera che le giacenze aumentano proprio mentre la produzione di bottiglie, paradossalmente, diminuisce. I rappresentanti dei consorzi di tutela, tra cui quelli di Asti Docg, Barbera e Brachetto, hanno portato con sé numeri che fotografano un terremoto del calice, con un’offerta che rimane straripante a fronte di una domanda dei mercati che si fa, giorno dopo giorno, sempre più esigua. Il crollo del prezzo delle uve, con punte che arrivano al trenta per cento per alcune varietà come il Barbera d’Asti selezionato, è la diretta conseguenza di questa impasse, mentre il Nebbiolo destinato a denominazioni prestigiose come il Barbaresco e le Langhe non è stato risparmiato da flessioni preoccupanti, attestatesi tra il ventidue e il ventisette per cento -1.

Una bolla che non risparmia nessuno, dai grandi rossi ai profumati aromatici

Il concetto di bolla speculativa, che aveva travolto il sistema bancario mondiale con i mutui subprime, viene ora applicato dai produttori al mondo del vino, con Barolo e Barbaresco simbolicamente accostati ai colossi finanziari crollati come castelli di carte, e la Barbera o il Moscato paragonati alla sorte di Lehman Brothers. Non si tratta di un allarme limitato ad alcune denominazioni, ma di una flessione generalizzata che, negli ultimi cinque anni, ha visto calare le vendite in media del venti per cento, una percentuale destinata a compromettere irrimediabilmente l'intera filiera -6. Le cantine piemontesi, cuore pulsante di un patrimonio enologico riconosciuto a livello globale, si trovano così con migliaia di ettolitri di prodotto che non trovano sbocco sul mercato, e questa eccedenza non rappresenta soltanto un problema di spazio fisico, ma si traduce in una mancanza di liquidità che rischia di bloccare i pagamenti agli stessi viticoltori, i quali costituiscono, come ha sottolineato il consigliere regionale Daniele Sobrero, una risorsa fondamentale e un pezzo di storia del territorio -6. A complicare ulteriormente il quadro, si aggiungono fattori esogeni di non poco conto, a partire dalle tariffe imposte dall'amministrazione del presidente Trump, che hanno colpito con un dazio del quindici per cento il vino europeo venduto negli Stati Uniti, uno dei mercati di sbocco più importanti per le eccellenze piemontesi -1.

La reazione della politica e il nodo delle scelte strutturali

L’audizione in Commissione ha visto susseguirsi gli interventi non solo dei consorzi, ma anche delle rappresentanze politiche, chiamate a raccogliere un grido d’allarme che non può essere ignorato. Se da un lato si cerca di lavorare su strategie di lungo periodo per rimettere al centro il territorio e la tradizione, come dichiarato dallo stesso Sobrero, dall'altro lato l'urgenza dei numeri impone interventi immediati. I consorzi, nella loro relazione, hanno chiesto a gran voce misure straordinarie per ridurre l'offerta in eccesso, affiancate da una campagna di promozione più incisiva e da una diversificazione dei canali commerciali, specialmente per i vini che stanno soffrendo di più, come il Dolcetto, il Cortese e lo stesso Moscato -1. Tuttavia, non mancano voci che, pur riconoscendo la difficoltà del momento, invitano a non cadere in letture catastrofiste. Andrea Farinetti, alla guida di Fontanafredda, ha respinto al mittente quelle che definisce ricostruzioni allarmistiche, suggerendo che un aggiustamento dei prezzi, anche per un "re" come il Barolo, possa paradossalmente giovare al mercato, riportandolo a dinamiche più sane e sostenibili. Una posizione, la sua, che invita a distinguere tra le difficoltà specifiche di alcune denominazioni, come l'Asti, e la situazione complessiva di un comparto che, nonostante tutto, continua a rappresentare un'eccellenza.

I numeri della crisi e la ricerca di una via d'uscita

I dati, crudi e spietati, raccontano di un calo produttivo del quattro per cento nel 2025 rispetto all'anno precedente, un dato che si allinea anche al trend medio dell'ultimo quinquennio -1. Ma è l'accumulo di invenduto il vero termometro della febbre che attanaglia il settore: a livello nazionale si parla di decine di milioni di ettolitri giacenti, una quantità che mette in ginocchio migliaia di aziende, costringendole a detenere un capitale immobilizzato che non produce reddito. A ciò si aggiungono le campagne denigratorie, come quelle lanciate dall'Ocse che hanno messo nel mirino il vino, tacciandolo di essere cancerogeno, un attacco che ha ulteriormente fiaccato l'immagine del prodotto agli occhi dei consumatori più attenti alla salute. In questo scenario di tempesta perfetta, i produttori chiedono quindi alla Regione e al governo un tavolo di crisi permanente, per gestire le eccedenze magari attraverso la distillazione di emergenza, ma anche per ripensare le strategie future, investendo su quei valori di qualità e tradizione che hanno reso celebre il vino piemontese nel mondo, senza per questo cedere a facili scorciatoie o a un pessimismo che, seppur giustificato dai numeri, non deve tradursi in resa.

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