Il Piemonte del vino fa squadra: etichette unite e mercati sfidano crisi e dazi
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Redazione Economia
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Mentre le turbolenze geopolitiche e gli ostacoli doganali complicano gli scambi internazionali, il comparto vinicolo piemontese, notoriamente frammentato in una miriade di denominazioni prestigiose ma talvolta troppo circoscritte, sta scrivendo una pagina inedita di coesione. La scena, nelle maestose ex officine ferroviarie delle OGR a Torino, è quella di una due giorni dedicata agli operatori, dove l’entusiasmo sembra scavalcare le preoccupazioni. Tra i banchi di degustazione, allineati con rigore alfabetico che mette sullo stesso piano realtà di fama planetaria e piccole eccellenze, si contano centinaia di produttori e migliaia di visitatori, in un brulicare di calici e dialoghi che travalica i confini delle singole zone. Un’atmosfera che, come osservato da chi frequenta abitualmente le fiere di settore, ricorda da vicino il padiglione dedicato alla regione al Vinitaly, quasi trasferito in toto nel capoluogo subalpino.
Una regione che punta sul nome unico
In questo contesto, la strategia condivisa dai principali Consorzi di tutela – da quello del Barolo Barbaresco Alba Langhe Dogliani a quello di Barbera d’Asti e Vini del Monferrato – trova la sua espressione più concreta e discussa: la menzione “Piemonte” in etichetta per i vini a denominazione. Un’opzione che, sostenuta anche dall’assessore regionale all’Agricoltura, mira a rafforzare l’identità di un territorio la cui fama enoica è spesso associata, all’estero, più ai nomi dei suoi viri più illustri che alla regione nel suo complesso. Si tratta, in altre parole, di affiancare al prestigio indiscutibile di un Barolo o di un Barbaresco la forza di un brand territoriale più ampio, capace di trainare anche quelle denominazioni meno conosciute ma di altissima qualità, in un gioco di squadra che pare finalmente aver superato antiche diffidenze campanilistiche.
Storie di rinascita in un settore resiliente
La vitalità del Piemonte del vino, del resto, non si misura soltanto nelle grandi firme, ma anche nella capacità di recuperare un patrimonio quasi perduto, come dimostra la vicenda di Walter Massa. L’imprenditore, ereditata l’azienda di famiglia sui Colli Tortonesi, ha condotto una vera e propria operazione di archeologia vitivinicola, riportando in vita il vitigno Timorasso, che ormai si era estinto in quelle zone. Oggi, da quella stessa azienda, escono centomila bottiglie all’anno, contribuendo a un bottigliaio complessivo del territorio che, con la vendemmia 2025, sfiora i due milioni di pezzi. Una cifra che, seppur modesta rispetto ai colossi delle Langhe, racconta di una tenacia imprenditoriale che fa da contraltare alla potenza delle grandi marche, e che arricchisce il panorama con voci autentiche e distintive.
Il valore di un simbolo condiviso
L’iniziativa “Piemonte Land”, che riunisce tutti i Consorzi vinicoli regionali, punta dunque a capitalizzare un nome che evoca, oltre al vino, una costellazione di eccellenze riconosciute in tutto il mondo: dalla Mole Antonelliana all’industria automobilistica, dal tartufo bianco alle nocciole. Inserire quella parola in etichetta non significa sminuire la specificità delle denominazioni, ma costruire un ulteriore livello di riconoscibilità, soprattutto in quei mercati, come quello statunitense ora guidato dal presidente Donald Trump, dove le politiche commerciali possono mutare rapidamente e dove la forza di un brand regionale unitario può fare la differenza. È una scommessa sulla percezione, che parte dalla consapevolezza che, di fronte alle sfide globali, l’unione di intenti e di immagine non è più una semplice opzione, ma una necessità strategica per un intero settore determinato a crescere nonostante le difficoltà.




