Crans, i coniugi Moretti indagati anche a Roma per la strage del «Le Constellation»
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Redazione Interno
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La procura di Roma ha allargato il perimetro giudiziario intorno alla notte di fuoco che, il primo gennaio scorso, ha trasformato il locale «Le Constellation» di Crans-Montana in una trappola mortale. Jacques e Jessica Moretti, i gestori dell’esercizio svizzero dove hanno perso la vita 41 persone – tra cui sei giovani italiani –, risultano ora iscritti nel registro degli indagati anche nel capoluogo laziale. L’ipotesi di reato, formulata dai pm Francesco Lo Voi, Giovanni Conzo e Stefano Opilio, è pesante: disastro colposo, omicidio plurimo colposo, incendio e lesioni gravissime, con l’aggravante della violazione delle norme antinfortunistiche.
Due fronti giudiziari, un solo fascicolo
Se da un lato l’inchiesta principale procede a Sion, sotto la direzione delle autorità elvetiche, dall’altro il filone italiano ha ormai assunto una sua autonomia formale. I Moretti, che al momento non verranno sentiti a Roma secondo quanto si apprende dagli stessi ambienti giudiziari, rispondono dunque a contestazioni sostanzialmente parallele a quelle già sollevate oltre confine. Non si tratta di una duplicazione meramente burocratica: la procura di piazzale Clodio ha competenza a indagare per i reati che abbiano prodotto effetti letali anche sul territorio nazionale, e la presenza di vittime italiane – tutte di età compresa tra i 20 e i 35 anni – legittima l’intervento. Il rogo, divampato poco dopo la mezzanotte durante i festeggiamenti di San Silvestro, ha inoltre ferito altre 115 persone, alcune delle quali riportando lesioni gravissime. Ed è proprio la natura «colposa» del disastro, aggravata da presunte mancanze nella prevenzione, a fare da collante tra i due fascicoli.
La rabbia del sindaco di Crans-Montana e i controlli saltati
Mentre l’inchiesta si allarga, emergono strascichi politici e amministrativi altrettanto gravi. Il sindaco della località sciistica, ascoltato per dodici ore dai pm svizzeri, ha giurato di essere stato «tradito dai miei funzionari». Con voce rotta dalla commozione – ha raccontato di aver appreso la notizia della strage mentre festeggiava a Londra – ha negato di conoscere personalmente i coniugi Moretti, ha smentito le versioni fornite dai suoi stessi dipendenti e ha denunciato minacce di morte estese anche ai familiari. Secondo la sua ricostruzione, lui stesso sarebbe stato all’oscuro delle falle nella sicurezza dell’edificio, venendone a conoscenza solo dopo la tragedia. Una versione, questa, che scarica le responsabilità verso i funzionari comunali, senza però chiarire perché i controlli saltati non abbiano mai fatto scattare allarmi o provvedimenti preventivi.
L’aggravante della normativa antinfortunistica violata
Il cuore penale dell’accusa, sia a Sion che a Roma, ruota attorno a un elemento tecnico: la violazione delle norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e di pubblico spettacolo. Non si tratta di un semplice incendio colposo, ma di un disastro colposo plurimo – figura giuridica che presuppone un’eccezionale gravità nel comportamento omissivo o commissivo dei gestori. L’aggravante invocata dai pm romani implica che i Moretti avrebbero potuto e dovuto prevedere il rischio, e che le misure di prevenzione (vie di fuga, estintori, materiali ignifughi, formazione del personale) sarebbero state del tutto insufficienti o assenti. Le lesioni gravissime riportate da alcuni dei sopravvissuti, tra cui ustioni estese e danni permanenti all’apparato respiratorio, rafforzano ulteriormente l’impianto accusatorio. La procura di Roma, a differenza di quella di Sion, ha il vantaggio di poter procedere anche su reati commessi all’estero quando le vittime siano italiane, purché sia rispettato il principio della doppia incriminabilità – condizione qui ampiamente soddisfatta.
Un silenzio investigativo che interroga gli inquirenti
I coniugi Moretti, che al momento non risulta siano stati raggiunti da misure cautelari né in Svizzera né in Italia, restano formalmente indagati su due fronti senza che sia stato fissato un interrogatorio a Roma. Questa scelta processuale – dettata probabilmente dall’attesa di rogatorie e dall’acquisizione degli atti svizzeri – lascia aperta una fase interlocutoria ma non sospensiva. Gli inquirenti italiani stanno raccogliendo la documentazione relativa alla conformità dell’immobile, alle licenze e ai verbali di ispezione eventualmente redatti negli anni precedenti al rogo. E proprio in quei verbali potrebbe celarsi la prova decisiva: se emerse che le carenze erano note o segnalate, il quadro colposo si trasformerebbe in una responsabilità quasi diretta. Per ora, la procura di Roma si muove con il freno a mano tirato, senza convocazioni né richieste di estradizione. Ma il semplice fatto che i Moretti siano indagati anche in Italia – e per reati così gravi – rende il loro orizzonte giudiziario più complesso, stretto com’è tra due ordinamenti che, seppur diversi, guardano allo stesso rogo con la stessa domanda: perché nessuno, quella notte, è riuscito a uscire vivo da quel locale?




