Referendum dell’8 e 9 giugno, il silenzio della Rai e la battaglia per il quorum
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Mancano ormai meno di trenta giorni al voto sui cinque referendum abrogativi – quattro sul lavoro e uno sulla cittadinanza – in programma l’8 e 9 giugno, eppure il dibattito pubblico sembra volutamente assente. Come sottolinea il costituzionalista Michele Ainis sulle pagine di Repubblica, i media, a cominciare dalla Rai, dedicano ai quesiti uno spazio frammentario, quando non li ignorano del tutto. Una scelta che, secondo le opposizioni, risponde a una precisa strategia: scoraggiare l’affluenza per evitare il raggiungimento del quorum, fissato al 50% più uno degli aventi diritto.
I promotori dei referendum, che coinvolgono temi sensibili come i licenziamenti e l’acquisizione della cittadinanza, si trovano così a dover fronteggiare non solo la complessità dei temi in ballo, ma anche un’informazione opaca. Il Pd ha annunciato un’interrogazione in commissione di vigilanza, mentre il segretario di +Europa, Benedetto Della Vedova, parla di “oscuramento” e minaccia azioni legali. Le critiche si sono acuite dopo che il vicepremier Antonio Tajani e il presidente del Senato Ignazio La Russa hanno invitato pubblicamente all’astensione, alimentando il sospetto che il silenzio mediatico sia funzionale a neutralizzare l’esito delle consultazioni.
Tra i cinque quesiti, quello che riguarda il cosiddetto jobs act – in particolare la disciplina dei licenziamenti per le aziende con più di quindici dipendenti – è forse il più dibattuto. Chi sostiene il Sì ritiene ingiusta la norma attuale, che non prevede il reintegro per i lavoratori assunti dopo il 2015 in caso di licenziamento illegittimo. Ma al di là delle singole posizioni, ciò che emerge è una sfida ancora più ampia: quella di coinvolgere un elettorato sempre più disaffezionato, soprattutto tra i giovani che si apprestano a votare per la prima volta.




