Il Bernabéu fischia e invoca le dimissioni di Florentino Perez: il Real Madrid sprofonda contro il Getafe di un ex Inter
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Redazione Sport
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La musica, al Santiago Bernabéu, non è più quella sinfonica delle grandi notti europee, ma un crescendo rovinoso di fischi e di cori di protesta. Il Real Madrid, nella serata di lunedì, è incappato nella sua seconda sconfitta consecutiva in campionato, una caduta interna per 0-1 contro il Getafe che ha fatto riesplodere tutto il malcontento di una piazza abituata a vincere e ora costretta a guardare il Barcellona volare a +4 in classifica, con appena dodici giornate ancora da disputare. A gelare l'ambiente, già di per sé tesissimo dopo il ko di Pamplona contro l'Osasuna, ci ha pensato Martin Satriano, attaccante uruguaiano dal passato nerazzurro, quel settore giovanile dell'Inter che lo aveva lanciato e che ora se lo ritrova protagonista in negativo nella capitale spagnola. Il suo sinistro al volo, una coordinata e potente conclusione da diciannove metri che si è infilata alle spalle di un incolpevole Thibaut Courtois, ha squarciato il cielo di Madrid pochi minuti prima dell'intervallo, mandando in tilt una squadra che, nonostante il 77% di possesso palla e i diciotto tiri totali, non ha mai realmente impressionato per lucidità e incisività sotto porta.
La serata, per i blancos, era iniziata già in salita a causa delle numerose assenze, quelle di Kylian Mbappé e Jude Bellingham su tutte, che hanno privato Álvaro Arbeloa delle sue bocche di fuoco principali. E se in avvio David Soria, portiere del Getafe, aveva dovuto superarsi su Vinícius Júnior e Arda Güler, con il passare dei minuti l'impotenza offensiva dei padroni di casa è diventata sempre più palese, un problema strutturale che la squadra di Arbeloa non è riuscita a risolvere nemmeno gettando nella mischia Rodrygo nella ripresa. L'ex terzino, chiamato a raccogliere una pesante eredità dopo l'esonero di Xabi Alonso, ha visto la propria panchina tremare ulteriormente, con una squadra che appare confusa e incapace di reagire alle avversità, un'immagine lontana anni luce dal DNA competitivo del club. I tentativi di Antonio Rüdiger e dello stesso Rodrygo, nel secondo tempo, sono stati neutralizzati da un Soria semplicemente monumentale, mentre la frustrazione cresceva metro dopo metro fino a degenerare nei minuti di recupero, quando il giovane Franco Mastantuono è stato espulso per aver insultato l'arbitro Alejandro Muñiz Ruiz, definendolo una “fottuta vergogna” secondo quanto riportato nel referto di gara. A ristabilire una parità numerica ormai ininfluente è stato poi il cartellino rosso sventolato anche ad Adrián Liso del Getafe, ma ormai la partita era segnata e i tre punti erano saldamente in mano alla squadra di José Bordalás.
La contestazione contro il presidente e l'ombra del 2006
Mentre l'arbitro decretava la fine dell'incontro, lo stadio Bernabéu, prima ammutolito dall'incredulità per lo scivolone casalingo, è diventato un calderone di rabbia. I cori non si sono limitati a fischiare i giocatori, autori di una prestazione incolore, ma hanno preso di mira direttamente il vertice della società, quel Florentino Perez che da sedici anni guida il club nel suo secondo mandato e che ora si trova per la prima volta a dover fare i conti con una contestazione popolare trasversale e rumorosa. Le richieste di dimissioni, scandite a gran voce prima che l'impianto di amplificazione coprisse tutto con musica ad alto volume, rappresentano un segnale inequivocabile di rottura: una fetta consistente del tifo organizzato e non ritiene che le responsabilità di questo tracollo siano da imputare solo all'allenatore o a una rosa falcidiata dagli infortuni, ma vadano cercate a monte, nella pianificazione di una stagione che rischia di chiudersi a secco di titoli, dopo aver già salutato la Copa del Rey e con un cammino in Champions League che si preannuncia impervio contro il Manchester City.
La situazione, per molti versi, riporta alla mente il febbraio del 2006, quando fu lo stesso Perez a rassegnare le dimissioni a campionato in corso, stremato dalle critiche e da un biennio senza trofei. Oggi, a 79 anni compiuti da pochi giorni, il potente costruttore si ritrova a gestire una crisi forse ancora più profonda, perché non è solo legata ai risultati, ma all'idea stessa di progetto sportivo. La squadra, priva di leader carismatici in campo e di un'identità di gioco chiara, sembra procedere a strappi, affidandosi più alle giocate dei singoli che a un meccanismo collettivo. E se la dirigenza, per bocca di fonti vicine al presidente, lo descrive come “energico ed entusiasta”, l'atmosfera che si respira intorno al club è quella di una nave che imbarca acqua, con la prossima trasferta di Vigo che assume i contorni di un vero e proprio dentro o fuori per le residue speranze di rimonta in campionato e, forse, per la stessa panchina di Arbeloa, già in bilico dopo appena dodici partite di gestione.
Satriano, dalla Primavera dell'Inter alla ribalta della Liga
A trasformarsi nel carnefice di una notte da dimenticare per il madridismo è stato dunque Martín Satriano, un attaccante classe 2001 che in Italia aveva lasciato ricordi contrastanti. Cresciuto nel Nacional Montevideo e paragonato in patria a Luis Suárez per grinta e fiuto del gol, era stato acquistato dall'Inter nel gennaio del 2020 per circa due milioni e mezzo di euro, un investimento sulla prospettiva di un ragazzo che sognava l'Europa. Con la maglia nerazzurra, Satriano si era fatto notare soprattutto nella Primavera, dove aveva messo insieme una doppietta nel derby e tredici reti in trentuno partite, guadagnandosi qualche panchina in prima squadra con Antonio Conte prima e con Simone Inzaghi poi. Ma l'impatto con il calcio dei grandi, quello che conta, non c'è mai stato del tutto, costringendo il club a girarlo in prestito tra Francia e Spagna, fino all'approdo al Getafe nell'ultima finestra di mercato, dove sta finalmente trovando continuità e, come dimostrato al Bernabéu, la capacità di decidere partite di altissimo profilo.
Il suo gol, una vera e propria perla che ha ricordato a molti le movenze del suo idolo Ronaldinho, ha avuto il potere di zittire settantamila persone e di proiettare il Getafe lontano dalla zona calda della classifica, a +8 sulla retrocessione. Per il Real, invece, questo ennesimo passo falso apre scenari inquietanti: il Barcellona, trascinato da un Lamine Yamal in stato di grazia, viaggia a ritmi impressionanti e non sembra intenzionato a rallentare, mentre l'Atletico Madrid, pur a distanza, resta in agguato. E mentre in tribuna qualcuno già ipotizza scenari successori, dentro lo spogliatoio si cerca di fare quadrato, con Arbeloa che prova a difendere il gruppo, ma con diversi giocatori che, secondo voci provenienti dall'ambiente, non sembrano più credere ciecamente nel tecnico. La sensazione, al termine di una serata di sport vissuta sul filo della tensione, è che questa sconfitta possa rappresentare uno spartiacque, il momento in cui la pazienza di una tifoseria orgogliosa si è definitivamente esaurita, lasciando spazio a una contestazione che non guarda più in faccia nessuno, nemmeno al presidente che per anni ha incarnato il potere e la gloria delle merengues.




