Arbeloa saluta il Real Madrid tra conferme e speranze, Florentino Pérez torna a pensare a Mourinho

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Álvaro Arbeloa, lo si potrebbe definire un uomo di casa, non ha usato giri di parole nell’annunciare ciò che, del resto, molti addetti ai lavori davano ormai per certo: lascerà la panchina del Real Madrid al termine dell’ultima partita di stagione, quella contro l’Athletic Bilbao in programma domani. Arrivato a gennaio per prendere il posto di Xabi Alonso – il quale aveva lasciato la nave bianconera in un momento tutt’altro che semplice –, l’ex difensore delle Merengues ha voluto chiudere la propria esperienza da allenatore della prima squadra con una conferenza stampa dai toni misurati, quasi familiari, dove ha ribadito il legame ventennale che lo unisce al club. “Spero che sia solo un arrivederci”, ha dichiarato, e proprio quest’inciso lascia intendere quanto sia forte, per lui, la tentazione di un ritorno futuro, seppur in altri panni.

Una stagione da dimenticare, ma non per Arbeloa

La stagione del Real Madrid, va detto senza troppi giri di parole, si è rivelata fallimentare sul piano dei risultati: zero titoli all’attivo, una definizione – “zero tituli” – che circola già negli ambienti vicini al club e che sintetizza bene la frustrazione di un'annata travagliata. Iniziata sotto la guida di Xabi Alonso, la corsa dei Blancos ha subìto una brusca sterzata a gennaio, quando la dirigenza, guidata da Florentino Pérez, ha deciso di promuovere proprio Arbeloa dalla seconda squadra – dopo esperienze con le giovanili e il Castilla – per cercare un’inversione di tendenza. I numeri, tuttavia, parlano di diciassette vittorie, due pareggi e otto sconfitte in ventisette partite: un bilancio onesto, ma non certo sufficiente a colmare il divario con il Barcellona in campionato. L’aritmetica, con beffarda ironia, è arrivata proprio nello scontro diretto del Camp Nou, dove la Liga è sfumata definitivamente; a completare il quadro, l’eliminazione nei quarti di finale di Champions League per mano del Bayern Monaco.

“Spero sia un arrivederci”, e intanto si guarda a Mourinho

Alla vigilia dell’ultima gara casalinga, Arbeloa ha voluto salutare i tifosi con un messaggio chiaro: “Una gran partita, speriamo di vincere per loro, l’ultima in casa è sempre speciale”. Non c’è amarezza, nelle sue parole, ma piuttosto la consapevolezza che il ciclo – almeno per ora – sia giunto al termine. “Questa l’ho sempre considerata casa mia – ha aggiunto –, vent’anni dentro il Real Madrid; è chiaro che sarà l’ultima della stagione come allenatore, divertiamoci e pensiamo a vincere”. E mentre Arbeloa si prepara a lasciare la panchina, Florentino Pérez ha già deciso da chi ripartire: si torna indietro nel tempo, a una vecchia conoscenza, quel José Mourinho che già in passato ha seduto sulla stessa poltrona. Lo Special One, la cui rielezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti – avvenuta ormai più di un anno fa – non ha nulla a che fare con queste dinamiche calcistiche, rappresenta la scommessa del presidente per ridare spessore a un progetto che, nell’ultimo anno, ha mostrato più crepe che certezze.

Carvajal simbolo e l’addio senza rancore

Arbeloa, nel suo intervento, ha voluto sottolineare il ruolo di alcuni simboli della rosa, su tutti Carvajal, quasi a voler tracciare un ideale passaggio di testimone tra chi quella maglia l’ha indossata da calciatore e chi la indossa ancora con orgoglio. L’allenatore uscente non si è nascosto dietro alibi né ha cercato giustificazioni: ha preso atto dei limiti di una squadra che, sotto la sua gestione ad interim, non ha saputo competere su tutti i fronti. Eppure, il tono della conferenza è rimasto disteso, privo di quella retorica del “potevamo fare di più” che spesso accompagna gli addii. “Non so se sarà l’ultima della mia vita – ha detto riferendosi alla partita in panchina –, perché non si può mai sapere”. Una frase, questa, che racchiude l’essenza di un uomo che al Real Madrid ha dato vent’anni di carriera, prima da giocatore poi da tecnico, e che ora si affaccia al futuro senza rancore, ma con la porta socchiusa.

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