Dopo il Leoncavallo, la questione si sposta sulla sede di CasaPound a Roma

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’operazione di sgombero del Leoncavallo, storico centro sociale milanese, ha immediatamente riaperto un dibattito che, sebbene non nuovo, appare oggi più che mai attuale. Le dichiarazioni della premier Giorgia Meloni, le quali hanno sottolineato come «non devono esistere zone franche» nel paese, hanno infatti gettato un cono di luce su una situazione analoga ma politicamente opposta: quella dell’immobile di via Napoleone III a Roma, occupato da oltre un ventennio dal movimento neofascista di CasaPound. La questione che sorge spontanea, dunque, è se si stia applicando un medesimo metro di giudizio per realtà profondamente diverse per ideologia ma accomunate dallo stesso status giuridico di occupanti.

Dal Viminale è giunta una parziale spiegazione sulla differenziazione degli interventi, facendo riferimento all’onere economico sopportato dallo Stato – si parla di circa 3 milioni di euro – per risarcire la proprietà del Leoncavallo dei mancati canoni relativi agli anni di occupazione; un costo, questo, che avrebbe reso inevitabile l’azione di forza. Tuttavia, le modalità dell’operazione milanese hanno suscitato non poche perplessità, a cominciare dalla tempistica. L’anticipo dello sgombero, avvenuto in agosto, ha colto di sorpresa persino il sindaco Beppe Sala, informato solo all’ultimo momento dal prefetto, alimentando sospetti su una regia politica desiderosa di evitare che l’immobile fosse teatro della festa nazionale di Alleanza Verdi e Sinistra annunciata per settembre.

Oltre le reazioni formali, lo sfratto del «Leonka» è apparso come un colpo assestato all’intero arcipelago della sinistra sociale milanese e non solo, riaccendendo forme di solidarietà trasversale. È in questo clima che i rappresentanti di CasaPound, da tempo insediati in un elegante stabile pubblico della capitale, hanno tenuto a marcare una netta distinzione. Attraverso un sofisma linguistico e politico, i cui toni sono stati amplificati dal ministro per lo Sport Andrea Giuli, si è sostenuto come la loro non sia una semplice occupazione ma piuttosto una forma di “solidarietà sociale”, implicitamente contrapponendola al modello dei centri sociali di sinistra. Una difesa che, al di là delle definizioni, non sembra intaccare il cuore della questione giuridica: la natura abusiva della loro permanenza in un bene demaniale.

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