La staffetta dello short track a Casa Italia: “Non seguiteci solo durante le Olimpiadi”
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Redazione Sport
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Con gli occhi arrossati dalla notte insonne e i sorrisi ancora stampati in volto, i ragazzi della staffetta maschile dello short track sono arrivati alla Triennale di Milano per la consueta passerella in Casa Italia. Pietro Sighel, Andrea Cassinelli, Thomas Nadalini e Luca Spechenhauser, autori della medaglia di bronzo conquistata ieri sera all’Ice Arena di Rho Fiera, si presentano davanti ai giornalisti con gli occhiali da sole, necessari per celare i segni dei festeggiamenti, e con quella leggerezza che contraddistingue chi ha appena centrato un obiettivo inseguito per una vita. Si fermano davanti a un monitor, riguardano le immagini della gara, commentano tra loro e scherzano, mentre dall’altra parte della sala i cronisti attendono le loro impressioni a caldo -10.
La gara, come la racconta Cassinelli, è stata tutt’altro che semplice. “È stata una finale molto nervosa”, esordisce, spiegando come la tensione fosse alle stelle sin dai primi metri, complice il valore degli avversari e la posta in palio. L’azzurro si sofferma su un episodio che avrebbe potuto compromettere tutto, quel momento in cui Sighel ha rischiato di finire sul ghiaccio. “Io devo dire che sinceramente l’avevo visto per terra, poi lui è un gatto, è un fenomeno, quindi è rimasto in piedi, però il ghiaccio era veramente brutto”. Una sintesi efficace di quanto accaduto in quei concitati minuti finali, con i coreani e gli olandesi a dettare il ritmo e il quartetto azzurro lì, aggrappato al podio con le unghie e con i pattini -1-5.
Thomas Nadalini, dal canto suo, allarga il discorso oltre la serata trionfale. “La gente ora vede i successi, ma dietro c’è un gran percorso”, tiene a sottolineare, quasi a voler mettere in guardia chi osserva solo il momento clou della rassegna a cinque cerchi. Per lui, questa medaglia assume un sapore particolare proprio perché chi li segue e li sostiene da tempo, a differenza di chi si affaccia solo ora alle Olimpiadi, può apprezzare fino in fondo il valore del traguardo. È quella che definisce una crescita collettiva, partita dal basso per arrivare fino al massimo livello possibile. E quando gli chiedono cosa si porterà dentro di questa esperienza milanese, la risposta è immediata e istintiva: “Sicuramente tutto quello che ho vissuto con i miei amici e la mia squadra, quindi penso che i ricordi sono tutto quello che mi porterò dietro per sempre” -3.
Una medaglia costruita lontano dai riflettori
C’è un passaggio, nelle parole dei protagonisti, che merita una riflessione più ampia. Nadalini parla di anni di lavoro, di un percorso iniziato quando nessuno li guardava, di sacrifici quotidiani che raramente trovano spazio sui giornali al di fuori del periodo olimpico. È un concetto che sta a cuore a tutti e quattro, e che emerge anche dagli sguardi complici che si scambiano mentre parlano. Il bronzo di ieri sera, il terzo metallo prezioso per lo short track azzurro in questi Giochi dopo l’oro della staffetta mista e l’argento di quella femminile, è il frutto di un movimento che ha imparato a lavorare in silenzio, lontano dai riflettori delle grandi televisioni, e che oggi chiede solo una cosa: di non essere dimenticato allo spegnersi della fiamma olimpica -5-9.
Spechenhauser, il più giovane del gruppo ma con alle spalle già una carriera di tutto rispetto, si unisce al coro. “Non sono solo 4 anni che stiamo lavorando duramente. La squadra ha dimostrato di essere forte. E penso che abbia ampi margini di miglioramento, quindi speriamo di arrivare tra 4 anni ancora più forti, ce la metteremo tutta”. Poche parole che fotografano la mentalità di un gruppo che non vuole fermarsi qui, che guarda già avanti, ma che intende godersi fino in fondo questo momento. Il bronzo al collo, i selfie con i tifosi e la stanchezza negli occhi sono il biglietto da visita di una squadra che a Milano ha scritto una pagina importante dello sport invernale italiano -1-10.
La fatica e la gioia di una notte magica
L’arrivo in Triennale è stato preceduto da una notte di festeggiamenti, quelli che ti porti dentro dopo aver sfiorato il cielo con un dito per due ore sul ghiaccio di Rho. Sighel, che in pista ha letteralmente volato per evitare una caduta che sembrava inevitabile, si gode il momento con la discrezione di chi sa che la vera battaglia è stata vinta lì, in quei minuti di follia controllata. I quattro azzurri, con le loro divise ufficiali e i sorrisi ancora assonnati, rappresentano forse l’immagine più autentica di queste Olimpiadi: quella di ragazzi normali che hanno fatto cose straordinarie, senza perdere la voglia di prendersi in giro e di vivere l’esperienza con la leggerezza di chi, comunque, ha dato tutto -2-10.
Il bronzo della staffetta maschile, arrivato al termine di una gara combattuta contro Paesi Bassi, Corea e Canada, è stato il suggello perfetto per una disciplina che in questi Giochi di casa ha saputo regalare emozioni uniche. I quattro, reduci da anni di convivenza e sacrifici, hanno dimostrato che l’alchimia di gruppo può fare la differenza nei momenti che contano. E mentre fuori dalla Triennale la città continua a vivere la sua olimpiade, dentro Casa Italia l’atmosfera è quella di una grande famiglia riunita attorno ai suoi ragazzi più amati -5-10.




