Moody's alza il rating dell'Italia dopo 23 anni, cosa cambia per debito e conti
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Redazione Interno
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L'agenzia di rating Moody's ha promosso l'Italia, dopo un'attesa durata ventitré anni, portando il giudizio sul debito sovrano da Baa3 a Baa2. Una decisione storica, che solleva il paese dall'ultimo gradino dell'investment grade, posizione nella quale era rimasto confinato per sette anni, e lo allontana definitivamente dallo spettro dei cosiddetti "bond spazzatura". Questo upgrade, arrivato a pochi giorni dall'avvio del nuovo vertice di maggioranza sulla manovra economica, segna un punto di svolta percepibile nell'aria dei mercati finanziari, i quali, com'è noto, reagiscono con immediatezza a simili segnali. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha espresso da Johannesburg, dove partecipava al vertice del G20, una "grande soddisfazione" per un risultato che ha definito "importante", sottolineando come il lavoro del governo abbia ottenuto un riconoscimento internazionale.
Le ragioni di una scelta attesa
Moody's, che è stata l'ultima tra le grandi agenzie di rating a muoversi dopo gli upgrade già assegnati nel corso del 2025 da Standard & Poor's, Fitch, DBRS, Kroll e Scope, ha motivato la sua scelta riconoscendo il merito di un più rigoroso controllo dei conti pubblici. Il ministro dell'Economia, Maurizio Leo, commentando positivamente la decisione, ha rimarcato come questa premiasse "il lavoro serio e responsabile" dell'esecutivo, frutto – a suo dire – di "scelte coerenti sui conti e di riforme strutturali", senza dimenticare "il lavoro e l’impegno delle imprese e dei lavoratori". In quest'ottica, lo stesso ministro ha annunciato la volontà di procedere avanti sulla strada del taglio delle tasse, prevedendo sgravi biennali specificamente rivolti al mondo produttivo, un elemento, quest'ultimo, che si inserisce in una strategia economica più ampia e articolata.
Una crescita che interroga il futuro
Non mancano, tuttavia, voci che invitano a una lettura più cauta dell'accaduto. Brunello Rosa, docente di macroeconomia alla London School of Economics, pur riconoscendo che sia "giusto" premiare la coerenza della politica di bilancio italiana, ha posto l'accento su una questione cruciale: la fine imminente del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. "Il problema è che a partire dal 2026 non avremo più la spinta del Pnrr per finanziare la crescita, che si avvia a essere una grande occasione perduta", ha affermato il professor Rosa, delineando uno scenario futuro dove il motore dell'economia nazionale, privato di quel fondamentale carburante, dovrà trovare nuove energie altrove. Una prospettiva che getta un'ombra sul lungo periodo e che chiama in causa la capacità di generare uno sviluppo auto-sostenibile.
Le implicazioni per il debito pubblico
L'innalzamento del rating, al di là delle celebrazioni politiche, comporta effetti concreti e misurabili sulla gestione del debito pubblico. Un giudizio migliore, infatti, si traduce generalmente in un minor costo del denaro per lo stato, che può quindi collocare i propri titoli obbligazionari sul mercato a tassi di interesse più bassi. Questo meccanismo, che gli economisti seguono con attenzione, alleggerisce progressivamente la montagna di interessi passivi che grava annualmente sul bilancio, liberando risorse che possono essere destinate ad altri capitoli di spesa o a ulteriori manovre fiscali. La rinnovata fiducia degli investitori internazionali, di cui l'upgrade è un chiaro indicatore, rappresenta dunque un vantaggio competitivo non trascurabile, sebbene il suo mantenimento nel tempo sia subordinato alla continuità delle politiche economiche e alla capacità di affrontare le prossime sfide senza il paracadute dei fondi europei.




