Mps, il risiko della governance si intreccia con la fusione e i rilievi della Bce

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La complessa partita per il rinnovo del consiglio di amministrazione di Banca Monte dei Paschi di Siena, in scadenza con l'assemblea del 15 aprile, si intreccia inestricabilmente con il destino dell'operazione di fusione con Mediobanca e con le pressioni esercitate dalla Banca centrale europea. Il board uscente, guidato da Nicola Maione, ha formalizzato una lista di venti candidati che, come anticipato nei giorni scorsi, esclude il nome dell'attuale amministratore delegato Luigi Lovaglio, aprendo ufficialmente la successione al vertice dell'istituto senese. La rosa dei papabili per la poltrona di ceo, quella che dovrà guidare la complessa integrazione con Piazzetta Cuccia, è ristretta a tre nomi di primo piano della finanza italiana: Corrado Passera, Fabrizio Palermo e Carlo Vivaldi, figure alle quali si aggiunge, per un eventuale ruolo di presidenza o di garanzia, anche l'ex ministro e banchiere Passera, indicato da più parti come possibile profilo istituzionale per traghettare il gruppo in questa fase delicata.

La mossa del cda, che di fatto ha scaricato Lovaglio nonostante il suo piano industriale fosse stato caldeggiato dalla Vigilanza, ha innescato una reazione a catena che investe sia i mercati sia i rapporti con Francoforte. L'amministratore delegato uscente, secondo quanto riferito da Reuters, avrebbe disertato gli incontri programmati con gli investitori per illustrare la strategia futura, una scelta che appare fisiologica nell'ottica di lasciare campo libero al successore, il quale potrebbe voler apportare modifiche al piano. Tuttavia, la Bce ha acceso un faro proprio sulla procedura di selezione, inviando due lettere al board di Rocca Salimbeni per sollevare rilievi sui criteri adottati e sulla reale autonomia di giudizio dei futuri vertici, chiedendo al contempo che l'impalcatura industriale dell'aggregazione con Mediobanca non venga stravolta da un eventuale cambio di guardia.

La risposta di Siena alla Vigilanza e le competenze dei candidati

Di fronte alle richieste di chiarimento da parte della Bce, che ha sottolineato la necessità di un amministratore delegato dotato di una "chiara" autonomia di giudizio e di una "rilevante esperienza bancaria", il cda di Mps ha prodotto una documentazione sa, un fascicolo di oltre cinquecento pagine che ricostruisce nel dettaglio l'iter di valutazione dei tre candidati principali. Le carte mettono in luce come i profili di Passera, Palermo e Vivaldi siano stati passati al setaccio attraverso una matrice delle competenze che analizza quindici ambiti cruciali per la governance di un grande gruppo bancario, dalla conoscenza dei mercati finanziari alla regolamentazione, fino ai prodotti assicurativi. Ne emerge un quadro di valutazioni molto simili, quasi sovrapponibili, dove Palermo, attuale ad di Acea, ottiene il punteggio massimo in tutte le aree, mentre Passera e Vivaldi vengono giudicati con un "molto approfondito" in quattordici ambiti su quindici, fermandosi a un livello "approfondito" solamente per quanto riguarda i mercati e i prodotti assicurativi.

Nonostante le inevitabili fibrillazioni sul fronte della governance, la strategia industriale che porta alla fusione con Mediobanca prosegue il suo corso. I consigli di amministrazione delle due banche sono attesi a una decisione cruciale proprio nella giornata di martedì 10 marzo, quando dovranno esprimersi sul concambio dell'operazione di integrazione, il rapporto che stabilirà quante azioni Mps verranno consegnate ai soci di Piazzetta Cuccia per completare l'inrazione e il conseguente delisting della banca d'affari. Le attese degli analisti indicano come probabile un aggiustamento al ribasso rispetto al rapporto offerto in sede di Opas lo scorso settembre, quando era stato proposto un premio forse troppo generoso alla luce dell'andamento successivo dei titoli. Una forchetta compresa tra 2,35 e 2,40 volte, al netto dei dividendi distribuiti, sembra la prospettiva più realistica per portare a termine l'aggregazione che darà vita al terzo polo bancario italiano.

I riflessi in Borsa e le manovre parallele di Lovaglio

L'incertezza legata ai futuri assetti di vertice e ai termini finali della fusione si è riflessa pesantemente sull'andamento dei titoli. Mps ha chiuso la seduta con un calo dell'1,66% a 7,045 euro, toccando i minimi dallo scorso ottobre, mentre Mediobanca ha ceduto il 2,13% a 15,385 euro, livelli che non si vedevano dall'aprile del 2025. Un doppio movimento al ribasso che testimonia la cautela degli investitori, alle prese con una partita complessa in cui la variabile politica si somma a quella puramente industriale. A pesare sul sentiment non è stata solo l'esclusione di Lovaglio, ma anche le tensioni palesatesi tra il cda di Siena e la Bce, un confronto che aggiunge un ulteriore elemento di complessità a un'operazione già di per sé delicata.

Sullo sfondo, però, si muovono anche altre pedine. Lovaglio, secondo quanto si apprende, non avrebbe gettato la spugna e starebbe lavorando a una lista di minoranza da presentare in assemblea, potendo contare sull'appoggio di imprenditori come Giorgio Girondi e la famiglia Tortora, già azionisti di Mediobanca. Il roadshow con gli investitori istituzionali, seppur momentaneamente sospeso, potrebbe fornirgli gli elementi per valutare la sostenibilità di una sua ricandidatura alternativa, in grado di competere con la lista ufficiale del cda. La partita, a questo punto, si sposta tutta sul voto del 15 aprile, dove i grandi azionisti come Delfin e Caltagirone, che pure avevano sostenuto la gestione Lovaglio, saranno chiamati a scegliere se confermare la discontinuità proposta dal board o se invece appoggiare un eventuale rinnovato tentativo dell'attuale amministratore delegato di rimanere alla guida del progetto che lui stesso ha fortemente voluto e impostato.

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