Stretto di Hormuz, l’Iran introduce un nuovo sistema di controllo mentre Trump blocca il “Project Freedom”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre il governo di Teheran mette a punto un inedito meccanismo di regolamentazione del traffico marittimo nelle acque dello Stretto di Hormuz, la Casa Bianca – guidata ormai da più di un anno da Donald Trump – ha optato per una sospensione temporanea dell’operazione militare denominata “Project Freedom”. L’annuncio iraniano, ripreso dai media statali e rilanciato dal New York Times, introduce una procedura burocratica piuttosto rigida: qualsiasi imbarcazione che intenda attraversare quel passaggio strategico dovrà ricevere una comunicazione via e-mail direttamente dall’Autorità dello Stretto del Golfo, una comunicazione che dettaglia la normativa vigente. Solo dopo aver preso visione di queste disposizioni, le navi potranno richiedere e, si spera, ottenere il permesso di transito, un sistema che l’Iran descrive come un esercizio della propria “sovranità”.

La sospensione tattica di Trump e la mediazione pakistana

A sorpresa, a distanza di pochissimo tempo dall’attivazione del dispositivo di scorta statunitense, Trump ne ha annunciato una “breve” sospensione. Lo ha fatto, come suo solito, attraverso il social network Truth Social, rivendicando la volontà di non voler compromettere i “grandi progressi” fatti registrare verso la definizione di un accordo “completo e definitivo” con la controparte iraniana. La decisione, spiega il presidente, affonda le sue radici anche in una richiesta esplicita avanzata dal Pakistan, un paese che nelle ultime settimane ha assunto il ruolo di principale mediatore tra Washington e Teheran. È proprio in questa chiave negoziale, dunque, che Trump sta tentando di rileggere lo stop all’operazione, trasformando quella che appariva come una nuova dimostrazione di forza navale in una leva per il dialogo.

La tenuta interna del presidente attraverso le primarie in Indiana

Lo scenario internazionale, però, non distoglie l’attenzione da quanto accade sul fronte interno americano, dove Trump ha incassato un segnale inequivocabile del proprio peso politico. In Indiana, durante le primarie repubblicane, cinque dei sette candidati che avevano ricevuto la sua benedizione sono riusciti a prevalere; non solo, sono riusciti a sconfiggere senatori statali uscenti che, in passato, avevano avuto l’ardire di opporsi alla sua proposta di ridefinizione dei collegi elettorali. Una vittoria, quest’ultima, che consolida l’immagine di un partito ormai allineato alla sua visione, dove chi si oppone al ridisegno delle mappe – una questione che Trump considera cruciale per mantenere il controllo della Camera – rischia di pagare un prezzo salato alle urne.

Le diplomazie parallele tra Pechino e la definizione dell’accordo

Nonostante la sospensione annunciata, la situazione rimane fluida e carica di tensioni latenti, con l’intelligence americana che monitora il comportamento delle petroliere in attesa. Sullo sfondo, intrecciandosi con le manovre militari e le controfferte diplomatiche, si muove la diplomazia cinese: il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, è stato infatti a colloquio con l’omologo Wang Yi a Pechino. Da quelle parti, ne è uscita una netta presa di posizione contro la “guerra illegittima di Usa e Israele” e la consueta richiesta di un cessate il fuoco, mentre Teheran ribadisce che accetterà unicamente un accordo equo e completo, senza tuttavia fornire dettagli specifici su cosa questo significhi nella prassi. Le acque dello Stretto restano, quindi, un banco di prova nervoso dove il nuovo sistema di controllo iraniano e la flotta americana si osservano a distanza, in attesa di capire se la pausa decisa da Trump si trasformerà in un passo indietro definitivo o in una semplice riorganizzazione tattica.

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