Picierno e lo sciopero della fame per Oleshky: «Non bastano le parole, mettiamo in campo i corpi»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, leader di Spazio Pubblico, ha deciso di entrare in sciopero della fame per la città ucraina di Oleshky, nella regione di Kherson, occupata dalle forze russe dal 2022. La notizia arriva mentre sul terreno diplomatico si moltiplicano le iniziative per sbloccare una situazione umanitaria definita drammatica dalle autorità di Kiev e dalle organizzazioni internazionali.

«Non bastano le parole, dobbiamo mettere in campo anche i nostri corpi per salvare gli ucraini di Oleshky», ha dichiarato Picierno, spiegando che la sua iniziativa nasce anche sulla scia dell’appello rivolto nei giorni scorsi da Papa Leone XIV.

La crisi umanitaria nella città occupata

Oleshky si trova sulla riva orientale del fiume Dnipro, lungo la linea del fronte, e da mesi vive una condizione di isolamento quasi completo. Secondo le stime delle autorità ucraine e delle Nazioni Unite, nella città rimarrebbero circa duemila civili, tra cui alcune decine di bambini. L’ultimo ponte che la collegava a Kherson è stato distrutto nel novembre 2022, mentre le strade circostanti sarebbero disseminate di mine e esposte agli attacchi dei droni.

I residenti sopravvivono senza acqua potabile, elettricità, gas e medicine, con testimonianze che parlano di persone costrette a nutrirsi con verdure residue, conserve e persino erbe spontanee. Il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha ha accusato le forze russe di trasformare la città in una «trappola mortale», sostenendo che i medicinali negli ospedali sono esauriti e che decine di corpi giacciono nelle strade senza possibilità di sepoltura.

Le telefonate del Papa e la mediazione vaticana

L’iniziativa di Picierno si inserisce in un quadro diplomatico che nelle ultime settimane ha visto il Vaticano in prima fila. Papa Leone XIV, ancora convalescente dopo un intervento chirurgico al polmone, ha avuto il 16 ottobre un colloquio telefonico con il presidente russo Vladimir Putin, durante il quale ha chiesto una tregua umanitaria per consentire l’arrivo di aiuti alimentari e sanitari e l’evacuazione volontaria e sicura dei civili.

Due giorni dopo, il Pontefice ha sentito anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, ribadendo la necessità che entrambe le parti collaborino per garantire l’accesso agli aiuti e la messa in sicurezza della popolazione. Il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin ha confermato che è stata un’iniziativa diretta del Papa, spiegando che l’obiettivo è aprire canali di uscita per circa duemila civili bloccati.

Il Cremlino e la questione del tavolo negoziale

Sul fronte russo, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha dichiarato nel corso del briefing con la stampa che Washington «continua i suoi sforzi di mediazione e mantenimento della pace» e che Mosca «li apprezza molto». Peskov ha poi aggiunto che una soluzione definitiva del conflitto non può essere raggiunta senza la partecipazione di rappresentanti ucraini: «Naturalmente, una soluzione definitiva del conflitto in Ucraina senza la partecipazione di qualcuno di Kiev, disposto ad assumersi delle responsabilità, è impossibile».

Le dichiarazioni arrivano mentre resta aperta la questione dell’evacuazione dei civili da Oleshky e delle garanzie per l’ingresso degli aiuti, sul quale Kiev e Mosca continuano a rimbalzarsi le responsabilità.

La mobilitazione politica a Bruxelles e a Kiev

La scelta di Picierno di ricorrere allo sciopero della fame aggiunge un ulteriore elemento di pressione politica sul dossier. Nei giorni scorsi il ministro ucraino per le Comunità e i Territori occupati, Vitalii Bezhin, aveva chiesto all’Unione europea e ai governi europei di intensificare la pressione su Mosca per ottenere l’evacuazione dei residenti, sottolineando che «ogni giorno di ritardo costa vite».

La vicepresidente dell’Europarlamento ha legato la propria iniziativa alla necessità di tradurre gli appelli in azioni concrete, rivendicando la scelta di mettere il proprio corpo al servizio di una causa umanitaria. La situazione a Oleshky resta seguita dalle cancellerie e dalle organizzazioni internazionali, mentre sul terreno non si registrano ancora aperture definitive per un corridoio umanitario stabile.

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