Coloni israeliani e le minacce alla stabilità in Cisgiordania: l’analisi dei fatti
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Redazione Esteri
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Non è certo un segreto che la tensione in Medio Oriente trovi una delle sue scintille più pericolose proprio in Cisgiordania, dove la presenza dei coloni israeliani, spesso appartenenti a frange estreme del sionismo religioso, alimenta uno scontro quotidiano con le comunità palestinesi.
Un video recentemente diffuso da un cittadino israeliano, che ha scelto di condividere la sua testimonianza, mostra chiaramente il modus operandi di quei gruppi che si richiamano agli insegnamenti del rabbino Meir Kahane, la cui organizzazione paramilitare venne messa fuori legge dalle autorità israeliane già a metà degli anni Novanta, dopo anni di attività considerate eversive.
Sono le stesse frange che, in un clima di crescente radicalizzazione, sono state legate al clima di odio che portò all’assassinio di Yitzhak Rabin, evento che segnò una svolta drammatica nella storia del paese e nel processo di pace.
La pressione sui villaggi palestinesi e il ruolo dell’esercito
Nell’ultima settimana, la cronaca internazionale si è fermata su due episodi emblematici, che coinvolgono altrettante famiglie palestinesi rimaste letteralmente assediate nelle proprie abitazioni in Cisgiordania, vittime di un vero e proprio accerchiamento da parte di coloni armati.
A questi, secondo le denunce raccolte da fonti sul campo e riportate da Rete Pace, si aggiungerebbe la complicità dell’esercito israeliano, che avrebbe non solo tollerato ma di fatto agevolato l’interruzione dei rifornimenti essenziali, tagliando acqua e corrente e impedendo persino l’arrivo di generi alimentari e l’evacuazione dei bambini rimasti intrappolati nelle case sotto assedio.
La dinamica di queste azioni, che si ripetono ormai con una frequenza allarmante, rivela una strategia di progressiva espulsione silenziosa, finalizzata a rendere invivibili i territori palestinesi e a minare ogni residua speranza di una convivenza basata sul diritto internazionale.
La situazione, come evidenziato dal portavoce delle Nazioni Unite, Stéphane Dujarric, non accenna a migliorare e anzi si sta deteriorando a una velocità che preoccupa gli osservatori internazionali. Nel nord della Cisgiordania, e in particolare nella zona di Tulkarem, le forze israeliane hanno intimato a una decina di famiglie palestinesi del quartiere di Jabal An Nasr di abbandonare le proprie case per sette ore, durante le quali sono state condotte operazioni militari mirate nei pressi del campo profughi di Nur Shams, uno degli snodi più caldi del conflitto.
Questi sfollamenti temporanei, sebbene presentati come necessità tattiche, finiscono di fatto per interrompere la vita civile e accrescere il senso di insicurezza tra la popolazione, che si trova costantemente esposta a minacce sia fisiche che logistiche.
Le ragioni profonde di un’escalation senza freni
A interrogarsi sulle cause profonde di questa escalation, che sembra non conoscere battute d’arresto nonostante i ripetuti appelli della comunità internazionale, è anche Chiara Martinoli nella puntata di Sky Cube dedicata al tema, nel corso della quale ha dialogato con l’analista Flavia Cappellini per cercare di dipanare una matassa estremamente complessa.
Da questo confronto emerge come l’espansione degli insediamenti, lungi dall’essere un fenomeno marginale o una semplice reazione a episodi di violenza, rappresenti un progetto politico ben delineato, portato avanti da movimenti che non esitano a utilizzare la forza per imporre i propri obiettivi.
È difficile fermare questa spirale perché le radici dell’occupazione sono ormai profonde e si intrecciano con dinamiche politiche interne a Israele, dove le componenti più radicali della società esercitano un peso crescente sulle scelte governative, spingendo per un’annessione di fatto sempre più spinta.
Dall’altra parte, le comunità palestinesi, già provate da decenni di conflitto e da una crisi economica devastante, si trovano a subire una pressione inaudita, che non si limita ai raid militari ma si manifesta anche attraverso il blocco delle risorse primarie, come denunciato dagli attivisti di Rete Pace.
Il presidio organizzato per mercoledì 19 agosto davanti alla Cattedrale, che intende richiamare l’attenzione sull’occupazione israeliana di Gerusalemme Est e della Cisgiordania, rappresenta un tentativo di tenere viva l’attenzione dell’opinione pubblica su una vicenda che rischia altrimenti di cadere nell’oblio dei telegiornali. L’iniziativa si pone l’obiettivo di dare voce a quelle famiglie che, come nel caso dei due nuclei familiari recentemente presi di mira, vivono nella paura costante di essere sradicate dalle proprie terre.
Tra violenza e diritto: un equilibrio impossibile?
La questione, come emerge dal dibattito acceso tra gli esperti, si scontra con l’interpretazione restrittiva del diritto internazionale da parte del governo israeliano, che tende a considerare le operazioni in Cisgiordania come legittime misure di sicurezza, nonostante le continue condanne da parte dell’Onu e di numerose organizzazioni per i diritti umani.
I coloni della corrente kahanista, la stessa che ispirò il movimento di Meir Kahane, non nascondono la loro intenzione di trasformare la convivenza in un rapporto di forza asimmetrico, dove la violenza diventa lo strumento primario per risolvere le controversie territoriali. L’idea di una guerra civile, evocata da più parti come uno scenario realistico, non appare più così remota, soprattutto alla luce degli episodi di linciaggio e delle spedizioni punitive che si moltiplicano sotto gli occhi di un esercito che spesso sceglie di non intervenire.
L’assedio di Tulkarem e le operazioni nel campo di Nur Shams sono solo l’ultimo tassello di un mosaico che si sta ricomponendo sotto le insegne della forza bruta, dove l’acqua, il cibo e l’elettricità diventano armi di pressione collettiva. L’appello lanciato da Stéphane Dujarric suona come un campanello d’allarme rivolto alla comunità internazionale, affinché non si assuefaccia a una degenerazione che rischia di travolgere ogni tentativo di mediazione.
In questo contesto, le parole del portavoce Onu si aggiungono a quelle di tanti osservatori indipendenti che da mesi segnalano un incremento esponenziale degli atti ostili, con conseguenze irreversibili sulla vita quotidiana di migliaia di palestinesi che vedono ridursi giorno dopo giorno i propri spazi di libertà.
La risposta della società civile e il peso della testimonianza
Mentre la macchina della violenza sembra ingranare sempre più velocemente, la società civile israeliana e palestinese tenta di opporre una resistenza non armata, fatta di denunce e mobilitazioni pubbliche, come quella promossa da Rete Pace. Il presidio di mercoledì, che si terrà in piazza davanti alla Cattedrale, intende proprio sottolineare come l’occupazione non sia un destino ineluttabile ma una scelta politica che può essere contrastata con il diritto e la mobilitazione collettiva.
L’iniziativa, che si colloca in un solco di proteste già avviate in altre città europee, rappresenta un segnale di solidarietà verso quelle famiglie che hanno subito l’assedio, ma anche un monito affinché le istituzioni internazionali assumano un ruolo più incisivo nel fermare gli abusi.
La presenza di coloni armati che agiscono indisturbati, spesso in divisa o con il tacito consenso delle autorità, solleva interrogativi inquietanti sul futuro di un territorio che continua a essere scenario di una delle crisi più lunghe e irrisolte del Novecento e del nuovo millennio. I video che circolano sui social, come quello inviato all’amico israeliano, sono una testimonianza cruda ma necessaria per chi cerca di capire cosa realmente accada oltre i comunicati ufficiali.
Ogni immagine, ogni racconto di chi ha visto tagliare l’acqua e la corrente ai propri vicini, contribuisce a delineare un quadro di progressiva disumanizzazione, che rischia di rendere ancora più lontana una soluzione negoziata. In assenza di una svolta decisa, la strada verso una guerra civile resta purtroppo lastricata di soprusi quotidiani, ai quali è sempre più difficile trovare un argine.
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