The Testaments, il sequel distopico che sbarca su Disney tra giovani ribelli e il ritorno di zia Lydia
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Redazione Cultura e Spettacolo
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È passato meno di un anno dalla conclusione di The Handmaid’s Tale, eppure il regime teocratico di Gilead non ha mai smesso di esercitare il suo fascino inquietante sull’immaginario collettivo; da domani, 8 aprile, quel mondo fatto di sopraffazione e verdetti divini torna a rivivere – anzi, a rivoltarsi come un calzino – grazie a The Testaments, la nuova serie tratta dall’omonimo romanzo di Margaret Atwood (pubblicato nel 2019 e subito consacrato come un fenomeno letterario) che la piattaforma Disney+ rilascerà con i primi tre episodi in streaming, per poi proseguire con cadenza settimanale ogni mercoledì. L’operazione, va detto, non è un semplice spin-off, bensì un vero e proprio sequel che si pone quindici anni dopo gli eventi della serie madre – anche se alcune fonti parlano di soli quattro anni dal finale della rivolta del Massachusetts -2-4 – spostando però il baratro dell’orrore da uno sguardo adulto a uno sguardo, se possibile, ancora più spietato: quello di due adolescenti costrette a crescere dentro le regole del regime, quasi incapaci ormai di immaginare ciò che c’era prima. E qui sta la mossa più intelligente dell’intera operazione.
Due ragazze, un’alleanza e la scuola delle spose: la trama
Il cuore pulsante della narrazione batte all’interno della prestigiosa scuola preparatoria gestita da zia Lydia, un’istituzione brutale dove l’obbedienza viene inculcata con la violenza e giustificata con una morale divina autoproclamata; è lì che si incontrano Agnes (interpretata da Chase Infiniti, che molti ricorderanno nei panni della figlia di Leonardo DiCaprio in *Una battaglia dopo l’altra*) e Daisy (Lucy Halliday, giovane promessa scozzese già vista in *Blue Jean*). La prima è una devota cresciuta nel sistema, talmente plasmata dalla propaganda da non riuscire più a distinguere la prigione dalla normalità; la seconda, invece, è una convertita arrivata dal Canada, una sorta di aliena che si scontra – e si sporca – con le regole ferree di Gilead. Il loro legame, che si sviluppa tra sospetti e complicità, diventa ben presto il detonatore di una ribellione silenziosa destinata ad avere conseguenze tanto sul passato quanto sul presente e sul futuro.
Ad accomunarle, o meglio a separarle con la stessa violenza, non è solo la giovinezza rubata: entrambe frequentano i corridoi lussuosi – ma ipocriti fino al midollo – di quell’accademia che le prepara a diventare “Mogli”, un destino già scritto nel codice patriarcale di Gilead. Eppure, a differenza di quanto accadeva nella serie originale, qui non c’è spazio per l’eroina solitaria che si ribella; c’è piuttosto il germoglio di una generazione che, nata e cresciuta all’ombra delle impiccagioni, comincia a guardare il proprio carnefice dritto negli occhi.
Ann Dowd e un cast di giovani promesse
A tenere le fila di questo circo deforme troviamo naturalmente Ann Dowd, che riprende il suo ruolo – già premiato con un Emmy – della terrificante zia Lydia; e se nella serie madre la sua figura era quella di un’autorità ambigua, capace di momenti di lucida crudeltà e di improvvisi cedimenti, qui il personaggio acquista una centralità quasi assoluta, tanto che il romanzo di Atwood era in parte narrato proprio dalla sua voce. Accanto a lei, a completare il mosaico di una società che si sfalda, ci sono Mabel Li nei panni della severa zia Vidala, Amy Seimetz (vista in *The Killing*) come Paula, la matrigna di Agnes, e poi ancora Rowan Blanchard (*Girl Meets World*), Mattea Conforti e un nutrito gruppo di attrici canadesi e statunitensi che danno volto alle compagne di sventura dell’accademia. Quello che colpisce, scorrendo il cast, è la scelta di puntare quasi esclusivamente su volti nuovi o comunque poco noti al grande pubblico: una scommessa, quella dei produttori (tra cui Elisabeth Moss, Bruce Miller e la stessa Atwood), che sembra premiare l’idea di un ricambio generazionale anche dietro la macchina da presa.
Un sequel che non tradisce lo spirito originario
*The Testaments*, lo dice il Titolo, è un’opera che si regge sulla testimonianza – plurale, frammentata, dolorosa – di chi ha subito il potere e ha scelto di raccontarlo; e se *The Handmaid’s Tale* era il grido strozzato di una donna ridotta a utero viaggiante, qui l’orrore si fa più subdolo perché si incarna in chi quel mondo lo ha sempre conosciuto come l’unico possibile. L’ambientazione è la stessa: il rosso delle vesti, le case dei comandanti, la pioggia di leggi che trasformano il femminile in proprietà statale; ma lo sguardo, adesso, è quello di due ragazze che scoprono la libertà quasi per caso, scontrandosi con le domande che non avrebbero mai dovuto porsi. La serie, prodotta da MGM Television e disponibile su Disney+ in esclusiva, propone una narrazione che alterna momenti di quiete apparente a scatti di violenza psicologica, e lo fa con una regia che – almeno nei primi episodi – cerca di mantenere quel distacco glaciale che era stato il marchio di fabbrica della serie originale. Attenzione, però: non aspettatevi la solita retorica della resistenza a tutti i costi. Qui la speranza, se esiste, è un lusso che le protagoniste non possono permettersi; e forse è proprio questa mancanza di facili entusiasmi a rendere *The Testaments* una delle serie più attese – e temute – di questa primavera televisiva.




