La nuova distopia di Gilead: 'The Testaments' tra eredità e ribellione
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Confesso che a “The Testaments” ero arrivato con un certo pregiudizio, dovuto a un fattore molto semplice: mi ero un po’ rotto di “The Handmaid’s Tale”. Intendiamoci, parliamo di una delle serie migliori e più significative dell’ultimo decennio, ma anche di un prodotto che, allungando di molto il brodo del suo materiale originale (quel “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood che copriva solo la prima stagione), era arrivato a ripetersi più volte, rischiando di trasformare alcuni suoi punti di forza (come l’interpretazione di Elisabeth Moss) in involontarie parodie di sé stessa. Eppure, non appena sono arrivate le prime immagini di questo sequel ufficiale, la curiosità ha avuto la meglio. La serie, disponibile su Disney+ e Hulu dal mese scorso, non solo esiste ma si pone con una personalità talmente definita da rendere quasi giusto quel finale ambiguo della madre.
Il peso di un cognome e la rivoluzione silenziosa di Chase Infiniti
A guidare il cast di questa nuova fatica c’è Chase Infiniti Payne, classe 2000, originaria di Indianapolis. Il suo nome, va detto, sembra uscito da una sceneggiatura: la scelta del primo è caduto su Chase in omaggio alla dottoressa Chase Meridian (Nicole Kidman) in “Batman Forever”, mentre il secondo, Infiniti, è un omaggio al grido di Buzz Lightyear in “Toy Story”: «to infinity and beyond!». Forse aiutata da quel destino scritto nel nome, o forse semplicemente grazie a un talento grezzo affinato con anni di teatro musicale e kickboxing, questa ragazza del Midwest ha conquistato Hollywood in meno di due anni. Dopo una nomination ai Golden Globe per “One Battle After Another” – il film che ha dominato la notte degli Oscar nel 2026 – la ritroviamo ora nei panni di Agnes, la figlia di June Osborne (Hannah nella serie madre), cresciuta tra le mura opprimenti di Gilead senza alcun ricordo tangibile del mondo esterno se non quello filtrato dall’indottrinamento delle zie.
Quando uno spin-off diventa più del semplice seguito
A differenza della serie originale, dove la ribellione era un atto solitario e claustrofobico, “The Testaments” cambia prospettiva. Ambientato quattro anni dopo la rivolta di Boston che ha chiuso la storia di June, lo show segue le giovani generazioni cresciute interamente all’interno del regime teocratico, ora pronte per essere “sposate” e ridotte in servitù. L’ideatore Bruce Miller, che ha gestito entrambi i progetti, ha costruito la narrazione intorno a figure come quella di Zia Lydia – interpretata dalla sempre monumentale Ann Dowd – che torna a fare da mentore in una scuola per future mogli. Accanto a Chase Infiniti, il cast si arricchisce di volti noti come Lucy Halliday (nei panni di Daisy, una teenager canadese il cui mondo salta in aria quando scopre le sue radici a Gilead) e Rowan Blanchard, qui nei panni della privilegiata Shunammite. C’è un realismo sporco e doloroso nel vedere queste ragazze, che non hanno mai conosciuto la libertà, armeggiare con i concetti di resistenza: non sanno cosa stanno perdendo, e forse è per questo che la loro lotta appare più pura, più istintiva.
La necessità (o meno) di aver visto la serie madre
La domanda che molti si pongono, data la mole di episodi accumulata dalla precedente serie, è se si possa guardare “The Testaments” senza aver visto “The Handmaid’s Tale”. La risposta, filtrata attraverso le scelte narrative di Miller, è complessa. Da un lato, lo show funziona come entità a sé stante: ci viene mostrato un ecosistema distopico maturo, con le sue regole ferree e le sue crepe, raccontato attraverso gli occhi di chi ci è nato dentro. Non cè bisogno di conoscere il calvario di June per capire la paura di Agnes di finire su una sedia da parto. Dall’altro lato, però, “The Testaments” gioca molto sulla memoria emotiva dello spettatore. La presenza di personaggi come Zia Lydia (Ann Dowd) porta con sé un peso storico che solo chi ha visto le precedenti stagioni può comprendere appieno. Miller ha dichiarato di voler espandere il mondo mostrando come la resistenza sia ovunque, anche sottoterra, e che June – pur non essendo il fulmine a ciel sereno di questa storia – è ancora là fuori, a suonare la campana per riavere sua figlia. In sostanza, si può guardare senza preparazione, ma chi arriva vergine a Gilead perderà molte delle sfumature amare che rendono questa serie un capitolo necessario, e non solo una scusa per allungare il brodo.




