«The Testaments», l’8 aprile su Disney il ritorno nella teocrazia di Gilead

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Sarà l’8 aprile, ormai tra pochissimi giorni, il debutto su Disney+ di «The Testaments», la serie che si pone idealmente come sequel – ma anche, in qualche misura, come prequel – dell’universo distopico reso celebre da «The Handmaid’s Tale». Chi si aspettava una semplice continuazione delle vicende di June Osborne, la cui lotta per la libertà ha tenuto incollati allo schermo milioni di spettatori, dovrà invece fare i conti con un impianto narrativo completamente rinnovato: tre storie intrecciate, tre protagoniste femminili che di quella Gilead – la teocrazia totalitaria nata sulle macerie degli ex Stati Uniti – conoscono solo i muri, le gerarchie, le punizioni esemplari e una quotidianità fatta di matrimoni imposti e servitù domestica.

Zia Lydia, Agnes e Daisy: tre sguardi sulla stessa prigione

A firmare la trasposizione è ancora una volta Bruce Miller, lo showrunner che aveva già saputo dare e volto alla crudeltà algida del regime, e che ora attinge a piene mani dal romanzo omonimo pubblicato da Margaret Atwood nel 2019. La scrittrice canadese, va ricordato, aveva concepito quel testo come un’ideale risposta – trentaquattro anni dopo – al suo stesso «Il racconto dell’ancella». Le nuove protagoniste si chiamano zia Lydia, Agnes e Daisy: la prima è un ingranaggio del potere, colei che addestra e punta le ancelle, mentre le due giovani sono nate e cresciute dentro Gilead, senza alcun ricordo di un prima. È proprio la loro decisione, maturata lentamente tra divieti e paure, a spingerle a cercare alleati fuori dai confini del regime, per scampare a un destino già scritto.

Dalla carta allo schermo, passando per il fenomeno culturale

Risulta piuttosto incredibile (e certamente molto triste) pensare a come la produzione letteraria distopica di Margaret Atwood sia diventata quasi più rosea della realtà della politica contemporanea. «The Handmaid’s Tale» – il romanzo del 1985 – aveva già scatenato un viscerale fenomeno culturale alla sua uscita in versione televisiva nel 2017, con quelle ancelle in mantello rosso e cuffia bianca divenute un simbolo globale della protesta contro l’oppressione patriarcale. Da quel successo planetario è nato il bisogno di approfondire le origini del sistema: come si passa da una democrazia fragile a una dittatura religiosa armata fino ai denti? «The Testaments» prova a rispondere, senza offrire facili consolazioni.

La svolta di Chase Infiniti: “Il cambiamento nasce dalla collettività”

“Tre anni fa non avrei mai immaginato di essere qui”, dice Chase Infiniti. La traiettoria della ragazza di Indianapolis, venticinque anni, è stata rapidissima: Paul Thomas Anderson l’ha vista in un selftape e voluta in «Una battaglia dopo», dove interpreta la figlia degli ex rivoluzionari Leonardo DiCaprio e Teyana Taylor. Simbolo di una nuova generazione anti-sistema, cuore emotivo del film, porta nell’universo caotico di Anderson un’intensità grezza e inquieta che le è valsa nomination ai Golden Globe e ai Critics Choice Awards. E proprio lei, in un’intervista recente, ha provato a spiegare il filo che lega il suo personaggio alle ragazze di Gilead: “Il cambiamento – ha detto – nasce dalla collettività, non dagli individui”. Una frase che suona quasi come una chiave di lettura per «The Testaments», dove nessuna delle tre protagoniste può farcela da sola.

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