“The Testaments”, il ritorno a Gilead tra formazione e ribellione giovanile

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Meno di un anno dopo il capitolo finale di “The Handmaid’s Tale”, l’universo distopico creato da Margaret Atwood si espande – o forse sarebbe più corretto dire si approfondisce – con l’arrivo su Disney+ di “The Testaments”, la serie che l’autrice canadese aveva immaginato come ideale prosecuzione letteraria di quella società teocratica fondata sul fanatismo religioso e sulla sistematica negazione dei diritti femminili. A dare forma a questa nuova, attesissima incarnazione televisiva è Bruce Miller, lo stesso showrunner che già aveva guidato la trasposizione della storia di June Osborne, il quale questa volta sposta deliberatamente il baricentro narrativo: non più lo sguardo adulto e combattivo di una “criada” ridotta a mero strumento riproduttivo, ma la prospettiva, ancora acerba eppure sorprendentemente lucida, di due adolescenti cresciute dentro l’incubo e pronte a smontarne, una mattonella alla volta, l’architettura ideologica.

Un debutto in tre episodi e un calendario pensato per alimentare l’attesa

Dal 8 aprile 2026, la piattaforma Disney+ (che per l’occasione si affianca a Hulu nel mercato statunitense) ha reso disponibili i primi tre episodi della serie, composta complessivamente da dieci episodi. La scelta di un rilascio iniziale a grappolo – per poi proseguire con cadenza settimanale ogni mercoledì, fino al gran finale previsto per il 27 maggio – non è certo casuale: si tratta di una strategia distributiva che mira a ricreare quello stesso rituale collettivo di attesa e discussione che aveva decretato il successo della serie madre, trasformando ogni nuovo capitolo in un piccolo evento mediatico. In Italia, gli episodi vengono caricati sulla piattaforma a partire dalle 9:00 del mattino; oltreoceano, invece, l’appuntamento è fissato per le 3:00 ET su Hulu, a dimostrazione di come l’operazione “The Testaments” sia concepita fin dall’inizio come un fenomeno globale, capace di parlare a pubblici diversi ma accomunati dalla stessa, inquieta fascinazione per il mondo di Gilead.

Agnes e Daisy, due eredi diverse (e una ribellione che parte dalle aule)

Se la serie precedente era il racconto coraggioso (e spesso spietato) della resilienza di June, questo nuovo capitolo – ambientato circa quattro anni dopo la fine della rivolta di Boston – sceglie invece di mettere in scena un “coming of age” dal sapore marcatamente politico. Le protagoniste sono Agnes MacKenzie, interpretata da Chase Infiniti (già vista in “One Battle After Another”), e Daisy, a cui presta il volto Lucy Halliday: la prima è la figlia di un alto comandante, cresciuta quindi nel ventre molle dell’oppressione; la seconda è una giovane “Pearl Girl” proveniente da Toronto, reclutata apparentemente per entrare nel rigido sistema educativo delle zie, ma in realtà introdottavi come infiltrata per conto della resistenza. È proprio all’interno della scuola gestita da zia Lydia – l’ambiguo e complesso personaggio che Ann Dowd riprende con la stessa magistrale intensità – che le due ragazze si incontrano, si studiano, inizialmente si diffidano e infine scoprono di condividere un’intesa sotterranea, quasi una fratellanza (o “sorellanza”, se si preferisce) in grado di scardinare dall’interno le certezze assolute del regime. Il dettaglio non è trascurabile, perché è proprio nell’educazione forzata delle future “mogli” che si annida la più sottile delle contraddizioni di Gilead: come osserva lo stesso Miller, il sistema forma ragazze talmente lucide da diventare, involontariamente, le sue più pericolose nemiche.

Un’evoluzione narrativa che non dimentica il passato (ma lo rilegge)

Chi si aspetta una mera estensione delle atmosfere claustrofobiche viste in “The Handmaid’s Tale” potrebbe rimanere sorpreso: “The Testaments” – pur muovendosi con assoluta fedeltà nel solco tracciato da Atwood – costruisce una sua precisa identità, più nitida e forse persino più accessibile a un pubblico giovane. La scelta di concentrare l’azione su un gruppo di adolescenti, con i loro dubbi, le loro prime scoperte (si pensi, in tal senso, al ruolo quasi simbolico che assume il ciclo mestruale all’interno della trama) e la loro naturale insofferenza per le regole, infonde alla narrazione una carica propulsiva che mancava nel racconto, per sua natura più soffocato, della madre. Va detto, a scanso di equivoci, che l’incubo non è affatto svanito: la coercizione, la violenza psicologica e la spoliazione dell’individuo restano il pane quotidiano di Gilead. Semplicemente, lo sguardo cambia, e con esso cambiano anche le armi a disposizione delle protagoniste: non più la fuga o la resistenza solitaria, ma l’istruzione, l’alleanza inaspettata e la capacità di leggere tra le righe di una dottrina che si rivela, pagina dopo pagina, un castello di menzogne. È in questo sottile, ostinato lavoro di scardinamento concettuale che la serie trova la sua ragion d’essere più autentica, dimostrando come – anche all’interno di una macchina totalitaria perfetta – lo spirito critico possa rappresentare il più destabilizzante dei virus.

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