Il ritorno di June Osborne in ‘The Testaments’ non è solo un cameo
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Sorpresa. Se i fan di The Handmaid’s Tale temevano di non rivedere mai più June Osborne – quella figura iconica che per sei stagioni ha inciso a fuoco la resistenza contro la teocrazia di Gilead – ora possono tirare un sospiro di sollievo. Elisabeth Moss, che della serie madre è stata non solo volto ma anche motore creativo, ha ripreso i panni dell’eroico personaggio nel primo episodio di The Testaments, il sequel (già disponibile su Disney+ e Hulu) che sposta il baricentro narrativo sulle nuove generazioni. A differenza di quanto ipotizzato da molti, la sua ricomparsa non è un semplice “easter egg” per nostalgici, bensì un pilastro narrativo voluto dallo showrunner Bruce Miller per ancorare il nuovo racconto alla memoria storica della rivolta. La presenza della Moss, che nel frattempo aveva lasciato intendere in diverse interviste di non essere pronta a dire addio a questo universo, funge da collante ideale tra il passato di lotta e il futuro che, come vedremo, è affidato a due adolescenti dal sangue altrettanto ribelle.
L’adolescenza come fucina della ribellione in Gilead
Ambientata una quindicina di anni dopo gli eventi che avevano scosso il regime nella serie conclusasi nel 2025, *The Testaments* si trasforma in un angosciante racconto di formazione, un *coming of age* distopico dove la rabbia giovanile diventa l’unica arma possibile. Tratto dal romanzo omonimo del 2019 di Margaret Atwood, lo show non segue più le ancelle costrette a letto, ma le figlie dei comandanti: ragazze cresciute all’interno del mostro, le quali – proprio come sottolineato da Miller in una recente intervista – si muovono in un mondo dove “le donne non possono avere un lavoro, un telefono, non possono leggere”. È in questo contesto asfissiante che si muove Agnes (interpretata dalla rivelazione Chase Infiniti), conosciuta dai fan della prima ora come Hannah, la figlia strappata a June. Accanto a lei, l’arrivo di Daisy (Lucy Halliday), una “Pearl Girl” dal Canada, innesca il cortocircuito perfetto: lo scontro tra l’ottusa accettazione del dogma e la scintilla della disobbedienza.
Un personaggio cardine ancor prima di entrare in scena
Lo showrunner Bruce Miller ha spiegato con chiarezza il motivo della presenza di June sin dal battesimo della serie: “In un certo senso, June è un punto di riferimento così forte per il personaggio di Agnes – interpretato da Chase Infiniti – che non si potrebbe raccontare la storia senza di lei, anche se *The Handmaid’s Tale* non fosse mai esistita”. La Moss, che ricopre anche il ruolo di produttrice esecutiva, è stata definita da Miller “la nostra partner creativa sin dall’inizio”, e la sua influenza si respira in ogni inquadratura, anche quando non è fisicamente presente. Non si tratta quindi di una trovata promozionale: la sua funzione è quella di incarnare la memoria della ribellione, l’ombra lunga di chi ha già combattuto. Per le giovani protagoniste – e per un pubblico che ha imparato a odiare il berretto rosso – vedere June significa capire che la fuga è possibile, ma che il prezzo da pagare è sempre altissimo.
Il controllo del femminile tra violenza normalizzata e speranza
*The Testaments* è la serie su Disney+ dove il corpo della donna si muove tra violenza normalizzata e colpa interiorizzata. Se nel romanzo originale di Atwood il punto di vista era tripartito (Agnes, Daisy e Zia Lydia), qui la narrazione si concentra sulla claustrofobia dell’élite scolastica, dove le “Plums” (così vengono chiamate le ragazze che non hanno ancora avuto il ciclo) vengono preparate a diventare “Mogli” per uomini molto più anziani. La serie non lesina sulla rappresentazione di questa gabbia dorata, ma lo fa attraverso gli occhi di chi non conosce alternativa, rendendo la presa di coscienza ancora più traumatica. E mentre lo show cerca di stare in piedi da solo – senza bisogno di aver visto le sei stagioni precedenti – la regia di Miller si concede il lusso di rallentare, di indugiare sui silenzi e sulle alleanze fragili che nascono nei dormitori. Con un cast che vanta il ritorno dell’imponente Ann Dowd nei panni di Zia Lydia, il racconto si arricchisce di sfumature moralmente ambigue, lasciando intendere che forse, anche tra i carnefici, c’è chi ha capito che il tempo dei tiranni è contato.




