Lite tra Salvini e Giuli nel Cdm sul piano casa, la Meloni richiama i ministri: «Basta con questa spocchia»
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Redazione Interno
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Non bastava la consueta “battaglia” sulle accise o il rebus delle occupazioni abusive, ieri a Palazzo Chigi il clima si è surriscaldato per una questione apparentemente tecnica ma dal simbolismo pesante, quella del destino delle Soprintendenze. Nel giorno destinato al varo del tanto atteso Piano Casa, il Consiglio dei ministri è stato scosso da un alterco durissimo tra due pesi massimi dell’esecutivo: da una parte il ministro delle Infrastrutture e leader della Lega, Matteo Salvini, dall’altra il titolare della Cultura ed esponente di punta di Fratelli d’Italia, Alessandro Giuli. Al centro del pandemonio, il comma 9 del decreto che proponeva una sforbiciata netta ai poteri di controllo degli uffici territoriali del Ministero, limitandoli drasticamente nei cantieri dell’edilizia popolare.
«Le raderei al suolo», la provocazione che ha fatto saltare la riunione
Secondo le ricostruzioni dei presenti, riportate da più agenzie, lo scontro è esploso quando Salvini ha alzato i toni per sostenere la necessità di una deregulation senza se e senza ma. «Bisogna snellire la burocrazia»; avrebbe tuonato il Carroccio, ma la frase che ha davvero fatto tremare i vetri – e che riecheggia già come un manifesto politico – è stata un’altra: «Io le Soprintendenze le raderei al suolo». Un’uscita talmente forte da fare drizzare le antenne al ministro Giuli, il quale ha ribattito per le rime, invocando la difesa dell’articolo 9 della Costituzione, quello che sancisce la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione. «Io, no: tutelo la Costituzione», avrebbe replicato Giuli, visibilmente esasperato, arrivando a sfidare l’alleato a ripetere quelle stesse parole al di fuori della sala, davanti alle telecamere e al pubblico dei cittadini.
Non si è trattato solo di un battibecco tra colleghi. Il disaccordo formale rischiava di far saltare l’unanimità dell’approvazione, minando la facciata di compattezza che la premier Giorgia Meloni cerca di mostrare soprattutto dopo le recenti difficoltà politiche. Giuli, in quella che è stata descritta come una scenata di rara intensità, ha minacciato di non votare il provvedimento o di mettere a verbale la sua contrarietà, lamentando anche di non essere stato consultato prima dell’inserimento “sorretto” dell’articolo incriminato.
La mediazione della premier e la “bacchettata” ai ministri
Incapace di far calmare le acque tra i suoi vice, la presidente del Consiglio ha dovuto alzare la voce. «Ragazzi, basta con questa spocchia»; sarebbe stata la frase secca di Giorgia Meloni, calata nel ruolo di mediatrice in un braccio di ferro che rischiava di far naufragare un provvedimento – quello della casa – che lei stessa ha definito «una priorità sentita dai cittadini». Una sorta di “redde rationem” familiare, ma avvenuta sotto gli occhi attoniti del resto della compagine governativa. Non è sfuggito a nessuno, tra i presenti, il ruolo giocato anche dal ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, che ha fatto da paciere ricordando a tutti che su un tema così delicato «serve l’unanimità».
Per spegnere l’incendio, la soluzione è stata affidata ai tecnici: una riunione immediata per riscrivere la norma incriminata, e un intervento risolutore del sottosegretario Alfredo Mantovano. Il testo finale del piano, come anticipato da fonti di maggioranza, subirà una revisione: al posto del silenzio-assenso o dei termini troppo stretti, per gli interventi nei centri storici le Soprintendenze avranno più tempo e potere di intervento. Una correzione di rotta che ha permesso di salvare il decreto, ma che non cancella la tensione sotterranea. «Ma noi dobbiamo intervenire a Quarto Oggiaro», si sarebbe sfogato Salvini a margine, convinto che la burocrazia culturale blocchi ancora una volta la periferia.
Un provvedimento da 10 miliardi passato attraverso le urla
Nonostante le scintille, il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al cosiddetto “Piano Casa”, un pacchetto ambizioso che stanzia 10 miliardi di euro (tra fondi pubblici e privati) con l’obiettivo di realizzare 100mila nuovi alloggi nel prossimo decennio, suddivisi tra edilizia popolare e prezzi calmierati. Un intervento che la premier Meloni ha illustrato in conferenza stampa come un unicum volto ad aiutare quella «zona grigia» di cittadini che non rientrano più nei requisiti per le case popolari ma che, al contempo, non possono permettersi i canoni di mercato.
La rissa verbale, in ogni caso, ha parzialmente oscurato il resto delle misure. Oltre al nodo delle Soprintendenze, il dl prevede tempi ridotti per gli sgomberi e incentivi per la locazione. Ma nel Palazzo è rimasto il rumore di fondo di una maggioranza che, pur approvando i provvedimenti, mostra crepe sempre più evidenti sull’approccio alla semplificazione: da un lato la furia iconoclasta di chi vorrebbe azzerare i vincoli, dall’altro un ministro della Cultura arrivato da un’altra area culturale che non intende derogare di un millimetro sulla difesa del bello.




