Trump crolla nei sondaggi e ‘purga’ i suoi: ecco a chi tocca dopo la procuratrice Bondi

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’elastico della pazienza, nel sistema di potere di Donald Trump, si è definitivamente spezzato. Secondo quanto confermato da una fonte diretta dell’amministrazione al sito Politico, il presidente – che è tornato alla Casa Bianca con la promessa implicita di una maggiore stabilità rispetto al caos del primo mandato – “è molto arrabbiato” per il crollo verticale nei sondaggi e punta a un rimpasto sostanziale, una sorta di ‘reshuffle’ che non risparmia nemmeno i fedelissimi. Nel mirino, dopo il siluramento della procuratrice generale Pam Bondi e quello, avvenuto il mese scorso, della segretaria alla Sicurezza Interna Kristi Noem, ci sarebbero almeno altri quattro nomi di peso, in un clima che molti osservatori descrivono ormai come una vera e propria ‘purga’ per rispondere all’impennata del prezzo della benzina, conseguenza diretta della guerra scatenata contro l’Iran.

Il bacio della morte per Bondi e il caso Epstein

“Pam Bondi è una grande patriota americana e una amica fedele che mi ha lealmente servito come ministra della giustizia per più di un anno”. L’elogio funebre, pubblicato sul social Truth, ha rispettato il classico copione dei “baci della morte” riservati alle vittime designate da un boss insoddisfatto. La sua rimozione, avvenuta giovedì, porta i segni di una gestione giudiziaria ritenuta fallimentare su due fronti: da un lato, la mancata capacità di incriminare i nemici politici di Trump (dall’ex direttore dell’Fbi James Comey alla procuratrice di New York Letitia James), con inchieste che i giudici hanno prontamente archiviato; dall’altro, il disastro della gestione degli ‘Epstein file’. Bondi aveva promesso una trasparenza totale sui clienti del finanziere pedofilo, salvo poi tentare di insabbiare la vicenda quando i riflettori hanno iniziato a puntarsi troppo vicino al presidente, finendo per attirarsi le ire perfino della base MAGA e una convocazione parlamentare dalla quale è uscita a pezzi. A sostituirla, in via temporanea, è Todd Blanche, avvocato personale di Trump che ha subito fatto sapere a Fox News: “Il dipartimento non dovrebbe occuparsene, il Paese deve pensare ad altro”. Un tentativo, questo, di voltare pagina sullo scandalo che però rischia di apparire come un goffo tentativo di insabbiamento.

La guerra in Iran e lo spettro dei midterm

A fare da sfondo a queste convulsioni interne è lo scenario bellico medio-orientale. L’offensiva in Iran, iniziata il 28 febbraio, non solo non ha prodotto la resa incondizionata sperata da Teheran, ma ha generato una crisi economica interna che sta divorando il consenso popolare. L’impennata del prezzo della benzina, che ha raggiunto medie vicine ai 3,50 dollari al gallone annullando le promesse di Trump di portarlo a 2 dollari, ha risvegliato nei cittadini l’incubo inflazione che aveva affossato Biden. I sondaggi, impietosi, vedono il presidente in caduta libera con un indice di gradimento sceso sotto il 40% in molte rilevazioni, un dato allarmante a pochi mesi dalle elezioni di midterm di novembre. Il malcontento non è più solo tra i democratici: persino l’ala più pragmatica del partito repubblicano e i consiglieri economici premono per una exit strategy che metta fine alle ostilità, mentre Trump oscilla tra la retorica della “guerra già vinta” e la ricerca spasmodica di capri espiatori.

I generali nel mirino e i nuovi nomi in bilico

La strategia per recuperare popolarità passa dunque per il capro espiatorio. Negli ultimi quindici giorni, l’amministrazione ha licenziato cinque figure chiave, tra cui spiccano tre generali di alto rango. Il segretario alla Difesa (rinominato “della Guerra”) Pete Hegseth, emerso come il volto più feroce del conflitto, ha fatto fuori il capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Randy George, insieme ad altri alti ufficiali accusati di non sposare pienamente la linea della Casa Bianca o di essere troppo legati alla vecchia guardia. Secondo le fonti citate da Politico e The Atlantic, l’ira del presidente potrebbe presto concentrarsi su altri fedelissimi: la direttrice dell’Intelligence Nazionale Tulsi Gabbard, il segretario al Commercio Howard Lutnick (sotto tiro per i suoi vecchi legami con Epstein) e persino la portavoce Karoline Leavitt, recentemente redarguita pubblicamente da Trump per le sue performance. Persino il capo dell’Fbi, Kash Patel, sarebbe in bilico. La lezione, per chi bacia l’anello, è cruda: nel secondo atto della presidenza Trump, la fedeltà non basta più a scongiurare la scure dei sondaggi.

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