Trump licenzia la procuratrice generale Pam Bondi, e il caso Epstein pesa come un macigno

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La Casa Bianca, si sa, è un teatro dove le quinte cambiano più spesso del copione, e l’ultimo atto di questa instabile commedia del potere ha visto protagonista Pam Bondi, la procuratrice generale degli Stati Uniti, improvvisamente silurata dal presidente Donald Trump. Giovedì, senza troppi giri di parole – anzi, con un comunicato che mescola la consueta retorica elogiativa al gelo di una separazione consumata – Trump ha annunciato il licenziamento della sua fedelissima, colei che aveva definito “una grande patriota americana” solo poche settimane fa. A pesare sulla decisione, secondo le indiscrezioni che circolano nei corridoi del Dipartimento di Giustizia, non sarebbero state generiche divergenze operative, bensì la gestione di un fascicolo tossico, quello legato al defunto finanziere Jeffrey Epstein, i cui contorni hanno finito per imbarazzare non poco il presidente. Perché, è bene ricordarlo, i legami tra Trump ed Epstein – pur rivendicati dallo stesso tycoon in anni lontani, quando diceva che erano “grandi amici” – rappresentano una zona d’ombra che l’attuale amministrazione non è mai riuscita a sterilizzare del tutto.

Il ruolo di Bondi, in questa vicenda, era diventato insostenibile: da un lato, la necessità di tutelare l’immagine del presidente; dall’altro, l’obbligo di non insabbiare dossier che, se maneggiati con troppa leggerezza, avrebbero potuto trasformarsi in un boomerang giudiziario. Le tensioni, del resto, non sono scoppiate all’improvviso. Fonti vicine alla vicenda raccontano di settimane di attriti silenziosi, di riunioni a porte chiuse dove la parola “Epstein” veniva pronunciata sottovoce, quasi fosse un anatema. La rottura, quindi, non è che l’esito inevitabile di una frizione che covava sotto la cenere: Bondi pagava lo scotto di aver ereditato un’inchiesta che nessuno voleva davvero affrontare in modo trasparente.

Il peso dei dossier delicati e una fedeltà non più premiata

Trump, nel licenziarla, non ha lesinato complimenti di circostanza – “una amica leale, che ha servito fedelmente” – ma la sostanza è inequivocabile: dopo Kristi Noem, alla sicurezza nazionale, un’altra pedina storica viene rimossa dalla scacchiera. E la domanda, retorica solo in apparenza, è se esista davvero un “cerchio magico” in questa amministrazione, o se la lealtà, da sola, sia una valuta che si svaluta dall’oggi al domani. Bondi, va detto, non era una figura qualsiasi: ex procuratrice della Florida per quasi un decennio (dal 2011 al 2019), era approdata a Washington con la fama di granitica fedelissima, una di quelle che non avrebbero mai tradito. E invece, proprio la sua fedeltà – declinata nella gestione di pratiche scomode – l’ha resa il parafulmine perfetto per scaricare una tensione ormai esplosiva.

I dossier più delicati, quelli che nessun procuratore generale vorrebbe trovarsi sul tavolo, hanno finito per travolgerla. Il caso Epstein, in particolare, è una matassa che non smette di aggrovigliarsi: nomi eccellenti, testimonianze rimaste insabbiate per anni, e un presidente che – almeno stando ai registri dei voli e ad alcune testimonianze – aveva frequentato il finanziere in un’epoca in cui i crimini di quest’ultimo non erano ancora stati interamente disvelati. Bondi, probabilmente, aveva provato a navigare in queste acque senza sbattere contro gli scogli, ma la sua barca ha finito per imbarcare troppa acqua.

Un siluramento che arriva tra attacchi trasversali e nuove nomine in vista

Curiosamente, il momento del licenziamento ha coinciso con un’altra uscita a dir poco singolare del presidente: un attacco frontale a Bruce Springsteen, il musicista simbolo della working class americana, che Trump ha definito in termini tutt’altro che lusinghieri durante un’intervista alla Fox. Un dettaglio, quest’ultimo, che potrebbe sembrare marginale, ma che invece restituisce bene lo stile di una presidenza dove il gossip e la politica procedono spesso di pari passo. Mentre Bondi si prepara a cercare un nuovo impiego nel settore privato – come hanno anticipato alcune fonti vicine alla diretta interessata – Trump sembra già proiettato verso la prossima mossa, probabilmente alla ricerca di un sostituto che sappia gestire i dossier caldi senza creare ulteriori imbarazzi.

Il problema, per il presidente, è che la vicenda Epstein non è un libro chiuso. Anzi, i recenti sviluppi giudiziari – con la pubblicazione di alcune liste di contatti del finanziere – hanno riaperto ferite che molti speravano rimarginaste. Bondi, in questo senso, è stata il capro espiatorio perfetto: l’amministrazione può ora dire di aver fatto pulizia, di aver rimosso chi non era all’altezza di gestire certe inchieste. Ma la sostanza, come sempre in questi casi, è che il polverone sollevato dai documenti rimane sospeso nell’aria.

Niente conclusioni, solo i fatti: una rottura consumata e un futuro incerto

L’ex procuratrice generale, dal canto suo, non ha ancora rilasciato dichiarazioni pubbliche. Il suo silenzio, in queste ore, viene interpretato in modi opposti: c’è chi lo legge come la dignità di chi ha perso una battaglia, e chi come l’attesa di un ripensamento presidenziale che, a conti fatti, appare quanto mai improbabile. Quel che è certo è che, per la prima volta da quando è entrata nell’amministrazione, Bondi non è più coperta dalla protezione della Casa Bianca. E questo, in un paese dove le inchieste giudiziarie possono seguirti anche dopo aver lasciato l’incarico, non è un dettaglio da poco.

Trump, intanto, continua a fare ciò che sa fare meglio: mescolare le carte, cambiare le pedine, tenere alta la tensione. Il suo secondo mandato – lui che è di nuovo presidente, e non certo un ex – si conferma un susseguirsi di scossoni interni, con i fedelissimi che imparano sulla propria pelle che la lealtà, in questo circo, non è mai una polizza assicurativa. E mentre l’America guarda, tra un caso giudiziario e un attacco a un cantante rock, la domanda che molti si pongono – senza però trovare risposta – è se qualcuno, prima o poi, riuscirà a gestire i file Epstein senza finire travolto. Finora, nessuno c’è riuscito.

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