Pam Bondi silurata da Trump, ora rischia di deporre sugli Epstein files
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Redazione Esteri
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La decisione, giunta con la consueta bruscolinità che contraddistingue le scelte di vertice della nuova (e pure vecchia) amministrazione, è stata tanto improvvisa quanto carica di conseguenze giuridiche immediate: Donald Trump, riconfermatosi alla Casa Bianca e intenzionato a imprimere una svolta netta al suo secondo mandato, ha rimosso Pam Bondi dalla guida del dipartimento di Giustizia. Eppure, proprio quel licenziamento – che l’ha trasformata da procuratrice generale a ex funzionaria sgradita – potrebbe ora innescare un meccanismo istituzionale paradossale. Lei, che fino a ieri era chiamata a dirigere le indagini più delicate, rischia di doversi sedere dall’altra parte del tavolo, davanti a una commissione parlamentare che intende sentirla sotto giuramento. Il nodo, com’è intuibile, resta quello degli Epstein files, il carteggio giudiziario e investigativo che da anni avvolge nell’ombra i nomi di alcune delle figure più potenti d’America.
L’obbligo della subpoena e il fronte trasversale alla Camera
Nessuna esenzione, neppure per chi ha appena ricevuto il ben servito dallo stesso presidente. I membri democratici della commissione di Vigilanza della Camera – ai quali si è aggiunta almeno una collega repubblicana – hanno infatti ricordato in una nota congiunta che Bondi “rimane legalmente obbligata a deporre sotto giuramento di fronte alla nostra commissione”. Quell’obbligo non decade con la poltrona, né con la firma del decreto di rimozione. Anzi, la subpoena, il mandato di comparizione già approvato nei giorni scorsi dallo stesso organismo (con un voto trasversale che ha raccolto cinque sì anche tra i banchi repubblicani), acquisisce ora una rilevanza quasi testimoniale: non si chiede più a un’alto funzionario di rendere conto delle proprie scelte politiche, ma a una testimone privata di raccontare come ha gestito – o eventualmente occultato – le carte relative al caso Epstein. La sua stessa difesa, che in molti davano per scontata grazie alla vicinanza con Trump, si è improvvisamente indebolita dopo il siluramento.
Purghe e deliri: i primi segni di un’amministrazione nervosa
La mossa, secondo alcuni analisti, segue un copione già visto. Le cose, nel nuovo corso trumpiano, non stanno filando lisce: i sondaggi mostrano una flessione preoccupante, la gestione del dossier iraniano appare confusa e le promesse di una “America great again” stentano a tradursi in risultati concreti. Di fronte a questo scenario, il presidente ha scelto la soluzione più immediata – e politicamente più visibile – ovvero iniziare a epurare i membri più indigesti del proprio esecutivo. Pam Bondi non è la sola. Fonti dell’amministrazione citate da Politico rivelano che Trump si sarebbe detto “molto arrabbiato” con il segretario al Commercio Howard Lutnick e con la segretaria al Lavoro Lori Chavez-DeRemer, entrambi ora nel mirino. Il timore, tra i corridoi del potere, è che si assista a un giro di vite simile a quello del primo mandato, quando le sostituzioni a catena finirono per paralizzare interi dipartimenti.
Le parole della Bondi e il nodo della trasparenza presidenziale
Proprio la vicenda Epstein, che l’ex ministro della Giustizia aveva più volte definito come una priorità in nome della trasparenza, le si ritorce ora contro. Durante i mesi alla guida del dipartimento, Bondi aveva rilasciato dichiarazioni pubbliche nelle quali garantiva che nessun fascicolo sarebbe rimasto coperto, neppure quelli potenzialmente imbarazzanti per l’establishment politico. Quelle stesse affermazioni – pronunciate con enfasi davanti alle telecamere – potrebbero diventare oggi il principale elemento a suo sfavore durante l’audizione. I democratici intendono chiederle conto di ogni singolo documento visionato, di ogni richiesta di archiviazione e di ogni telefonata intercorsa con la Casa Bianca. E lei, da testimone e non più da vertice dell’accusa, dovrà rispondere senza più lo scudo della prerogativa esecutiva.




