Trump licenzia Pam Bondi, la procuratrice generale paga il conto del caso Epstein
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Redazione Esteri
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Un nuovo, improvviso terremoto scuote i vertici dell’amministrazione statunitense. Donald Trump, tornato alla Casa Bianca e insediatosi nuovamente come presidente, ha rimosso Pam Bondi dalla carica di procuratrice generale, l’equivalente del ministro della Giustizia. La notizia – anticipata dalla CNN e successivamente confermata dallo stesso Trump sul suo social network Truth Social – arriva a sorpresa, sebbene non del tutto inaspettata, e mette fine a un mandato durato appena un anno, già segnato da frizioni crescenti all’interno dello Studio Ovale. A sostituirla, con effetto immediato e con il ruolo di interim, sarà il vice procuratore generale Todd Blanche, figura che vanta un legame professionale diretto con il presidente, essendone stato in passato il legale personale.
Il peso degli Epstein files e le crepe nel rapporto con Trump
La decisione di Trump, infatti, non appare casuale né tantomeno estemporanea. A pesare sul licenziamento di Pam Bondi sarebbero state, in larga misura, le modalità con cui il Dipartimento di Giustizia ha gestito – o meglio, non ha gestito – il materiale investigativo legato a Jeffrey Epstein, il faccendiere e criminale sessuale la cui rete di complicità continua a inquietare gli ambienti del potere americano. L’ex procuratrice generale si è trovata al centro di una tempesta mediatica e giudiziaria, con la Commissione di vigilanza della Camera dei Rappresentanti che avrebbe dovuto interrogarla il 14 aprile proprio su questo fronte: la trasparenza delle indagini, la conservazione dei documenti e le eventuali omissioni nell’accesso ai cosiddetti “Epstein files”. Troppe le pressioni politiche, troppo alta la posta in gioco per un’amministrazione che non può permettersi zone d’ombra.
La versione ufficiale di Trump: un nuovo incarico nel privato
Sul piano formale, il presidente ha provato a imbeccare una narrazione distensiva. “Vogliamo bene a Pam – ha scritto Trump su Truth Social – che passerà a ricoprire un nuovo incarico nel settore privato, molto importante e necessario, e che verrà annunciato a breve”. Parole che suonano come una classica operazione di facciata, laddove i fatti raccontano una realtà ben diversa: Bondi lascia Washington dopo un anno di tensioni, con dossier sempre più ingombranti e un rapporto personale con il presidente ormai logorato. Nessuna indiscrezione trapela sulla sua eventuale volontà di dimettersi, anzi: la rimozione appare un atto unilaterale, volto a rimuovere un tassello divenuto scomodo in una scacchiera giudiziaria sempre più complessa.
L’ombra del caso Epstein e le inchieste ancora aperte
L’affaire Epstein, com’è noto, rappresenta una ferita ancora aperta per la giustizia americana. Le indagini – disseminate tra Florida, New York e le Isole Vergini – hanno coinvolto personaggi di spicco della politica, dell’economia e dello spettacolo, senza che finora siano emerse responsabilità chiare tra i potenti. Bondi, in questa vicenda, ha pagato proprio l’incapacità di tenere sotto controllo il fronte investigativo. La sua gestione del materiale riservato, unita alla mancata pubblicazione di documenti chiave, ha alimentato sospetti e polemiche trasversali. Ora, con Todd Blanche al timone ad interim, il Dipartimento di Giustizia cambierà passo? Per il momento nessuna certezza, solo un fatto: chi siede alla Casa Bianca non intende lasciare che nessuno – neppure una fedelissima – si frapponga tra la sua agenda e la gestione diretta dei casi più spinosi. E Bondi, da ieri, ne è la prova più evidente.




