Il bacio della morte per Pam Bondi: Trump silura l’Attorney General dopo il flop degli Epstein file
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Redazione Esteri
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Baciare l’anello, si sa, non basta più. Soprattutto quando il padrino, in questo caso Donald Trump, siede di nuovo nello Studio Ovale e mostra quella stessa insofferenza per i tempi della giustizia che già caratterizzò il suo primo mandato. La vittima designata dell’ultima, fulminea epurazione è Pam Bondi, ministra della Giustizia, che il presidente ha salutato con un post su Truth Social degno del copione dei “baci della morte” riservati ai fedelissimi prima di essere gettati dalla scialuppa. “Pam Bondi è una grande patriota americana e un’amica fedele che mi ha lealmente servito come ministra della giustizia per più di un anno”, ha scritto il tycoon, elogi che nella cronaca politica americana suonano sempre come il preludio a un addio. E così è stato: la sua carriera all’Attorney General è terminata, sostituita ad interim dal fedelissimo Todd Blanche, già avvocato personale di Trump nella battaglia legale delle scorse settimane.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso, riportano le cronache da Washington, è la gestione del caso Jeffrey Epstein. Bondi si era trovata in un vortice di polemiche dopo aver promesso rivelazioni clamorose sui clienti del finanziere pedofilo, salvo poi consegnare alla stampa e agli influencer dei dossier che, una volta aperti, si sono rivelati privi di vere novità o – peggio ancora – pesantemente oscurati. L’amministrazione, che aveva cavalcato l’onda della trasparenza per placare le ali più oltranziste del partito, si è ritrovata con un boomerang politico in mano. Mercoledì, la sceneggiata finale: Bondi è stata invitata a salire sulla limousine presidenziale per accompagnare Trump all’udienza della Corte suprema, un gesto di apparente complicità che mascherava la realtà dei fatti. Poche ore dopo, il colpo di scena e la sostituzione.
Todd Blanche chiude l’era Epstein: “Ora l’America pensi ad altro”
New York – Con Bondi fuori dai giochi, il nuovo procuratore generale ad interim ha immediatamente allineato il Dipartimento di Giustizia alla volontà della Casa Bianca, cercando di seppellire l’ormai celebre scandalo. Todd Blanche, ex difensore di Trump, è stato chiarissimo in un’intervista a Fox News: è tempo di voltare pagina. “Credo che gli Epstein file facciano parte dello scorso anno e il dipartimento non dovrebbe occuparsene, il Paese deve pensare ad altro”, ha dichiarato, un passaggio che suona come una vera e propria archiviazione politica del caso. Blanche ha aggiunto che non esistono prove, almeno stando ai documenti visionati, che Epstein fosse una spia, liquidando come fantasiose le teorie che lo volevano legato ai servizi segreti israeliani.
Questa presa di posizione rappresenta una netta inversione di rotta rispetto alle promesse fatte nei mesi scorsi. Se prima Bondi era stata messa sotto pressione affinché fornisse risposte, ora l’establishment giudiziario tenta di normalizzare l’accaduto. Per le vittime e per i pochi investigatori che avevano seguito la pista, si tratta di una doccia fredda, ma per l’inquilino della Casa Bianca questa mossa serve a disinnescare una delle accuse più scomode, quella di voler insabbiare i legami tra l’élite e il magnate morto in cella. Del resto, a voler vedere il bicchiere mezzo pieno, la destituzione di Bondi potrebbe essere letta come un sacrificio necessario per calmare le acque, anche se il nuovo corso targato Blanche sembra voler gettare alle ortiche qualsiasi velleità di inchiesta approfondita.
La purga dei generali: il presidente cerca capri espiatori per la guerra in Iran
Ma il siluramento di Pam Bondi non è un caso isolato, bensì il tassello di una strategia più ampia che il presidente sta mettendo in atto per riconquistare un consenso popolare in affanno. Le ultime due settimane hanno visto l’amministrazione Trump allontanare cinque figure di spicco, tra cui due donne e tre generali. Le tensioni sono palpabili, alimentate da un conflitto in Iran che non accenna a concludersi. La guerra, contrariamente alle previsioni iniziali della Casa Bianca che davano per spacciato il regime di Teheran, procede a rilento, con le forze iraniane che reagiscono colpo su colpo, arrivando ad abbattere velivoli e a complicare i piani di ritiro.
Il Segretario alla Difesa, Pete Hegseth, ha chiesto le dimissioni del capo di stato maggiore dell’Esercito, il generale Randy George, un movimento che pochi mesi fa sarebbe sembrato impensabile ma che oggi rientra nella logica della “sostituzione” dei vertici militari ritenuti troppo lenti o non allineati. A ciò si aggiungono i piani sull’immigrazione e alcuni processi contro i nemici politici di Trump, procedimenti che il presidente avrebbe voluto vedere conclusi ben prima delle elezioni di midterm di novembre. Sentendosi nell’angolo, con l’economia scossa dai rincari del petrolio e l’opinione pubblica stanca, Trump ha deciso di cambiare le pedine sulla scacchiera, sperando che il ricambio ai vertici possa rivitalizzare un’agenda che mostra evidenti segni di cedimento.




