Il fuoco che ti porti dentro, la recensione del film di De Angelis con Vanessa Scalera in concorso a Venezia 83

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La 83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica della Biennale di Venezia si tinge di rosso natalizio con l'arrivo in Concorso di Il fuoco che ti porti dentro, l'ultima fatica di Edoardo De Angelis. Un rosso acceso, quasi febbrile, che pervade ogni inquadratura di un dramma familiare capace di trasformare la classica Vigilia di Natale in un campo minato dove sentimenti contrastanti e rancori sopiti aspettano solo una scintilla.

Al centro di questo microcosmo domestico, pronto a esplodere, c'è una figura materna tanto ingombrante quanto irresistibile, interpretata da una Vanessa Scalera che sembra giocare in un campionato a parte, regalando una prova d'attrice che incenerisce ogni possibilità di indifferenza.

L'arte dell'adattamento: dal romanzo di Franchini alla pellicola di De Angelis

Il regista, che aveva già dimostrato un rigoroso rispetto per Eduardo De Filippo nel 2020 lavorando sul celebre testo natalizio per la televisione, qui cambia registro e si confronta con la scrittura cruda e irriverente di Antonio Franchini. L'omonimo romanzo da cui è tratto il film, scritto dall'editor che scoprì Saviano, ruota attorno al rapporto dell'autore con una madre dipinta come un personaggio scomodo, tanto sfacciata da essere descritta come una "madre che puzza", un'immagine potente che De Angelis trasporta sul grande schermo con un coraggio quasi barbaro.

La trasposizione non si limita a riprodurre la lettera del testo, ma ne cattura lo spirito, trasformando la preparazione della cena della vigilia in un pretesto per esplorare le dinamiche di una famiglia in cui l'affetto si manifesta attraverso il conflitto e la reciproca insofferenza.

Vanessa Scalera e la chimica dell'ensemble

Se il film respira e pulsa, lo deve in larga parte all'energia che Scalera riversa in ogni scena, rendendo la sua figura materna un punto di attrazione e repulsione che tiene incollati allo schermo. Attorno a lei, il regista costruisce un ensemble di interpreti che sa reggere il confronto con una presenza così opprimente, contribuendo a creare quel clima di tensione nevrotica che fa venire in mente, per certi versi, il celebre episodio "Pesci" della serie The Bear, dove una cena di famiglia si trasforma in un vortice di isteria e risate nervose.

L'abilità di De Angelis sta proprio nel dosare questi elementi, alternando momenti di dura recriminazione a improvvisi scoppi di comicità, in un equilibrio precario che tiene lo spettatore costantemente sull'orlo del precipizio.

Cinema potente e visionario tra sceneggiatura e regia

Il fuoco che ti porti dentro è un'opera che si fa apprezzare per la sua compattezza stilistica, dove la sceneggiatura si fonde con la messa in scena in un tutt'uno che Gironi, nelle sue recensioni, non ha esitato a definire "cinema vivo e potente". La regia di De Angelis non cerca mai la facilità, preferendo immergere lo spettatore in un ambiente soffocante, dove la camera da presa diventa un testimone silenzioso di litigi e confessioni.

Le nevrosi dei personaggi trovano spazio in un appartamento che sembra chiudersi sempre di più su di loro, in un gioco di attrazione e repulsione che è il vero motore della narrazione, dove ogni gesto e ogni parola contribuiscono a innalzare la temperatura fino al punto di rottura.

Un'opera che divide e appassiona

La scelta di ambientare la storia durante la Vigilia di Natale non è certo casuale, ma serve a De Angelis per amplificare il contrasto tra l'atmosfera di gioia forzata e il dramma intimo che si consuma tra le mura domestiche. Il cibo, elemento centrale del racconto, diventa metafora di un amore che si nutre di gesti estremi e di parole che feriscono, in una messa in scena che ricorda le antiche sceneggiate napoletane ma con uno sguardo contemporaneo.

L'operazione, se da un lato può risultare divisiva proprio per la sua natura provocatoria e claustrofobica, rappresenta senza dubbio uno dei momenti più alti del concorso veneziano, confermando il talento di un regista che non ha paura di sporcarsi le mani con storie scomode e personaggi borderline, capaci di lasciare un segno profondo nello spettatore ben oltre i titoli di coda.

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