Vasile Frumuzache aggredito in carcere: parente di Ana Maria Andrei gli ustiona il volto con olio bollente
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Redazione Interno
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Alle 10.40 di questa mattina, le sirene del 118 hanno fatto irruzione nel carcere della Dogaia, a Prato, dove Vasile Frumuzache, il 32enne rumeno accusato del duplice femminicidio di Maria Denisa Adas Paun e Ana Maria Andrei, è stato assalito da un altro detenuto. L’aggressore, stando alle prime ricostruzioni, sarebbe un parente di una delle vittime, Ana Maria Andrei, la cui morte – insieme a quella della giovane escort Denisa – aveva già scosso l’opinione pubblica per la brutalità dei delitti.
Frumuzache, trasportato d’urgenza al pronto soccorso di Prato in codice giallo, riporta ustioni sul volto provocate dall’olio bollente che gli sarebbe stato gettato addosso durante l’aggressione. L’episodio, avvenuto in un’area riservata del penitenziario, riaccende i riflettori sul caso che, solo pochi mesi fa, aveva portato alla luce una delle pagine più cupe della cronaca nera toscana.
L’uomo, già noto alle forze dell’ordine, aveva confessato senza remore l’omicidio di Maria Denisa Adas Paun, la 30enne scomparsa a Prato il cui corpo era stato ritrovato decapitato vicino a un casolare abbandonato a Montecatini Terme. «L’ho uccisa perché mi ricattava», aveva dichiarato Frumuzache durante gli interrogatori, riferendosi alla richiesta di 10.000 euro che la donna gli avrebbe avanzato per non rivelare alla moglie la loro relazione. Quella stessa freddezza, però, non aveva accompagnato la sua versione riguardo alla morte di Ana Maria Andrei, un altro crimine a cui il suo nome è legato e che, probabilmente, ha scatenato la vendetta del familiare oggi autore dell’aggressione.
La procura di Prato, che coordina le indagini sull’accaduto, sta ora verificando le dinamiche precise dell’episodio, incluso come il detenuto aggressore abbia potuto procurarsi il liquido bollente. Quel che è certo è che il carcere, spesso teatro di tensioni tra interni, ha visto ancora una volta esplodere una violenza che, seppur circoscritta, riporta alla memoria un caso le cui ferite – per le famiglie delle vittime – sono ancora aperte.




