A Gaza, nel deposito blindato dove il cibo marcisce al sole mentre Israele accusa l’Onu
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Redazione Esteri
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Giubbotti antiproiettile, jeep corazzate, militari con il volto coperto: la visita guidata organizzata dall’esercito israeliano per i giornalisti ha l’aspetto di una scenografia da guerra. Un percorso breve, meno di un chilometro all’interno della Striscia di Gaza, che conduce a uno dei centri logistici dove dovrebbero essere distribuiti gli aiuti umanitari. Eppure, in quel luogo blindato, migliaia di tonnellate di cibo e medicinali restano abbandonate sotto il sole, in attesa di un destino incerto.
Secondo le Nazioni Unite, la situazione è diametralmente opposta: i convogli vengono sistematicamente bloccati da milizie armate prima di raggiungere la popolazione. "Solo il 10% degli aiuti arriva senza ostacoli", denuncia l’Onu, mentre a Gaza la fame si trasforma in un’emergenza senza fine. Le immagini dei palestinesi che si accalcano per raccogliere i pochi pacchi lanciati dal cielo – riso, farina, beni di prima necessità – raccontano una disperazione che non lascia spazio alle parole. "Chiediamo al mondo di far aprire i valichi", dice Ahmed al-Mubasher, la cui voce si perde nel rumore di una crisi che nessuno sembra in grado di fermare.
Intanto, a Kerem Shalom, al confine con Gaza, un deposito stipato di merci diventa il simbolo di un’altra polemica. Israele accusa le Nazioni Unite di non ritirare gli aiuti, lasciando che marciscano a pochi metri dai checkpoint. "Qui ci sono 800 carichi in attesa", spiega un inviato, mentre le autorità israeliane ribadiscono che il problema non è il blocco, ma l’incapacità delle organizzazioni internazionali di gestire la distribuzione.




