Il lungo viaggio della Global Sumud verso Gaza si riannoda tra acque internazionali e riorganizzazioni tattiche

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’orizzonte, davanti a loro, è rimasto per ore un confine liquido e indefinito, finché il capitano – staccando gli occhi dal tablet di bordo con un gesto quasi meccanico – non ha rotto quel silenzio operativo con un annuncio secco: «Ragazzi, ora siamo in acque internazionali». Alle sue spalle, la motovedetta greca che li aveva seguiti come un’ombra silenziosa ha tracciato un’ampia curva per poi sparire, inghiottita dalla linea del mare. Un attimo prima, a bordo, l’“organiser” – figura che mescola il coordinamento logistico a una certa eredità delle vecchie Brigate Internazionali, seppur in versione 2.0 – aveva appena terminato di elencare le procedure per un eventuale attacco con droni incendiari. La preoccupazione, palpabile, si è trasformata subito in azione: a ogni passeggero è stato assegnato un turno di guardia di due ore, da svolgere in coppia, perché in mare la prevenzione, si sa, conta più di qualsiasi rimedio.

L’ombra dell’assalto e la ricostruzione in Turchia

Non è stato un viaggio tranquillo, quello della Global Sumud Flotilla (GSF). Pochi giorni prima, al largo dell’isola di Creta, la marina israeliana aveva intercettato molte delle imbarcazioni dirette verso Gaza: un’operazione che gli attivisti, senza mezzi termini, hanno definito un atto di pirateria, l’ennesima infrazione del diritto internazionale consumata in acque che non appartengono a nessuna giurisdizione statale. A bordo di una delle navi scampate all’arrembaggio c’era il professor Vittorio Sergi, attivista marchigiano, che ha raccontato di aver navigato per ore con la tensione addosso, tra droni in cielo e comunicazioni radio improvvisamente interrotte. «Non abbiamo dormito per ventiquattr’ore», ha spiegato, descrivendo la fuga notturna e la decisione di cambiare rotta per sottrarsi a quella che è sembrata subito un’operazione militare su larga scala.

Ora la flottiglia ha ripreso il mare, ma con una tappa intermedia: la meta è Marmaris, in Turchia, dove le trentatré barche superstiti si sono date appuntamento per fare il punto della situazione. La partenza da Ierapetra, sull’isola di Creta, è avvenuta all’alba, con una navigazione prevista di circa trentasei ore e due brevi passaggi in acque internazionali – quelli, paradossalmente, considerati i tratti più rischiosi del percorso. «Siamo diretti verso Marmaris», ha confermato Sergi in un contatto via internet, mentre navigava insieme a Marco Montenovi, un altro dei tre attivisti marchigiani imbarcati.

Il convoy via terra e il documentario della missione

Non esiste solo la via d’acqua. In parallelo, seppur nel silenzio quasi totale dei media tradizionali, si è messo in moto anche il Sumud Land Convoy: un migliaio di persone, diciotto delle quali italiane, stanno attraversando il Nordafrica dalla Mauritania all’Egitto, con l’obiettivo di raggiungere Gaza via terra attraverso il valico di Rafah. Al seguito portano quindici camion carichi di aiuti, alcuni bus attrezzati come ambulanze e una ventina di case mobili: un supporto concreto, dicono, per una popolazione stremata.

Intanto, per chi vuole comprendere le radici di questa mobilitazione, è stato reso disponibile in streaming – sulla piattaforma OpenDDB – il documentario “Dalla terra al mare”, prodotto dalla stessa Global Sumud Flotilla e diretto da Lorenzo Baldi. Quattro capitoli che mescolano il racconto in presa diretta delle manifestazioni nelle piazze italiane alle interviste durante la navigazione: uno sguardo intimo e politico che cerca di restituire la complessità di quella che gli organizzatori definiscono la più grande azione umanitaria civile via mare mai organizzata per la Palestina. Dietro le quinte, c’è la regia di Baldi, già noto per i suoi documentari sulla militanza non violenta, che ha scelto di unirsi alla flottiglia non solo come osservatore ma come attivista.

L’organizzazione in “pod” e la tensione diplomatica

Per attraversare le acque più sorvegliate, le imbarcazioni hanno adottato una formazione a “pod”, cioè a gruppi stretti che navigano appaiati per potersi sostenere a vicenda in caso di abbordaggio o guasti tecnici. Una strategia nata anche alla luce delle pressioni internazionali: secondo quanto riferito dagli attivisti, il Dipartimento di Stato americano avrebbe contattato le autorità turche per chiedere loro di non accogliere la flottiglia, bollandola come un’operazione filo-Hamas. Una narrazione, quella israelo-statunitense, che i membri della missione respingono con forza, ribadendo la natura civile e nonviolenta del loro progetto. A sostegno di questa tesi, gli attivisti hanno chiesto un’ispezione imparziale da parte dell’Unione Europea (che ha un ufficio in Turchia), nella speranza che i parlamentari europei possano verificare di persona l’assenza di armi a bordo.

Nel frattempo, nei porti di Marmaris, altre imbarcazioni si preparano a unirsi alla flottiglia, mentre le valutazioni sulle condizioni meteorologiche e sulla sicurezza della navigazione procedono di pari passo. Il meeting internazionale che si terrà a terra sarà decisivo: da lì si deciderà se proseguire subito verso Gaza o se, come temono alcuni attivisti più agguerriti, i tempi si allungheranno ulteriormente. Quel che è certo è che, per chi è sopravvissuto all’attacco in acque internazionali, ogni miglio percorso rappresenta già una piccola vittoria contro il tentativo – denunciato più volte – di normalizzare il controllo israeliano sul Mediterraneo orientale.

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