La Flotilla salpa da Marmaris: 54 imbarcazioni pronte a forzare il blocco navale verso Gaza

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Marmaris, una località turca affacciata sul Mediterraneo che si trova nella provincia sud-occidentale di Mugla, è tornata a essere il teatro operativo da cui prende forma la sfida umanitaria alla lunga interdizione marittima imposta da Israele sulla Striscia di Gaza. La Global Sumud Flotilla, che ha tenuto una conferenza stampa nella cittadina prossima all'isola greca di Rodi, ha annunciato che il convoglio di imbarcazioni è pronto a salpare già a partire dalla giornata di domani. Secondo quanto dichiarato da Sumeyra Akdeniz Ordu, attivista turca che siede nel comitato direttivo della Flotilla, la flotta sarà composta complessivamente da 54 scafi; a una trentina di navi giunte dalla Grecia, ha spiegato, si aggiungeranno le altre unità che si trovavano già ancorate in territorio turco, completando così la formazione del gruppo navale.

L’assemblea generale che si è tenuta ieri a Marmaris, alla quale hanno partecipato i circa 300 attivisti che hanno deciso di mettere a repentaglio la propria incolumità fisica, ha sciolto ogni riserva riguardo alla ripartenza. Il loro tragitto, va detto, si preannuncia irto di difficoltà: l’epilogo quasi inevitabile, come hanno ribadito gli stessi organizzatori, sarà l’ennesima intercettazione in acque internazionali da parte delle forze armate di Tel Aviv. Non sono mancati, nei giorni scorsi, i tentativi di dissuadere i partecipanti dal portare avanti la missione. Tra questi, gli attivisti citano l’arresto – che definiscono “illegale” – di due membri del loro comitato, Thiago e Saif, oltre al pestaggio di molti loro compagni e alla sabotazione di diverse imbarcazioni, alcune delle quali sarebbero state lasciate andare alla deriva con gli equipaggi ancora a bordo in condizioni meteorologiche proibitive.

Un’assenza di scorta istituzionale e il silenzio dell’Europa

La partenza della Global Sumud Flotilla avviene in un contesto di totale assenza di copertura diplomatica da parte delle istituzioni occidentali. Gli attivisti hanno confermato che i 300 partecipanti, distribuiti sulle trenta imbarcazioni principali, viaggeranno senza alcun supporto da parte dell’Unione Europea. Una richiesta formale era stata inoltrata nei giorni scorsi dalla Flotilla alle sedi istituzionali di Bruxelles: si chiedeva di attivare un’ispezione indipendente nel porto di Marmaris, una verifica che avrebbe dovuto dissipare ogni dubbio sulla natura esclusivamente civile della missione. A oggi, le istituzioni Ue non hanno fornito alcuna riscontro a questa richiesta, lasciando i natanti e i loro occupanti privi di quella protezione che solo una garanzia internazionale avrebbe potuto offrire contro le intercettazioni in alto mare.

L’Unione Sindacale di Base ha sottolineato come la Flotilla stia per ripartire senza nessuna protezione istituzionale, una circostanza che getta un’ombra lunga sulle dinamiche diplomatiche che regolano il Mediterraneo orientale. L’assenza di una scorta ufficiale, di fatto, espone il convoglio alla discrezionalità delle operazioni navali israeliane; operazioni che, in passato, si sono concretizzate in abbordaggi coercitivi e dirottamenti di rotte verso porti greci o israeliani. Il movimento sindacale ha indicato nel prossimo 18 maggio una data di mobilitazione, con una piazza che scenderà in strada per rivendicare il diritto a navigare e per protestare contro quelle che definiscono le “complicità” di alcuni governi nel mantenimento del blocco.

I precedenti giudiziari e la risposta della Turchia

La determinazione a salpare, nonostante le minacce e la mancanza di garanzie, si scontra con un quadro giudiziario già molto teso. Le autorità turche, dal canto loro, hanno attivato tutte le procedure del caso per assistere i rientri e certificare eventuali abusi. Non appena i primi attivisti, quelli fermati nelle settimane precedenti durante i tentativi di avvicinamento a Gaza, hanno rimesso piede sul suolo di Marmaris, la procura capo locale ha avviato un’indagine d’ufficio. Gli inquirenti turchi hanno ipotizzato per ora una serie di reati che vanno dalla “privazione della libertà” al “danneggiamento della proprietà”, passando per il “dirottamento” dei mezzi di trasporto. Sul piano medico, decine di attivisti rientrati in Turchia sono stati sottoposti a visite approfondite, con esami psichiatrici e tossicologici effettuati da équipe di esperti forensi proprio per documentare le condizioni di detenzione subite durante il fermo in mare.

Parallelamente alle inchieste amministrative e penali avviate ad Ankara, l’eco delle intercettazioni ha raggiunto anche l’Italia. La procura di Roma ha aperto un fascicolo, al momento senza ipotesi di reato né indagati, dopo la presentazione di esposti da parte dei volontari che hanno preso parte alla missione. I legali dei partecipanti hanno parlato apertamente di “tentato omicidio” e “tortura”, facendo riferimento alle condizioni detentive e all’uso di razzi luminosi lanciati da droni durante il blocco in mare. Nonostante l’attenzione delle procure, la Flotilla è pronta a muoversi, forte di un equipaggiamento che è stato nel frattempo riassettato: dalle riparazioni tecniche effettuate nei cantieri navali turchi ai rifornimenti di carburante e viveri, tutto è pronto per tentare di nuovo la rotta verso le coste dell’enclave palestinese.

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