La Global Sumud Flotilla salpa da Augusta: sessanta imbarcazioni puntano verso Gaza per forzare il blocco navale
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La seconda ondata della protesta organizzata dalla Global Sumud Flotilla, dopo il tentativo dello scorso settembre conclusosi con l’arresto degli attivisti da parte delle forze israeliane, ha preso il largo nel pomeriggio del 26 aprile dal porto di Augusta, in Sicilia. Oltre sessanta imbarcazioni – molte delle quali provenienti dalla Spagna e altresì aggregate nei giorni precedenti alla partenza – hanno lasciato gli ormeggi tra il fumo dei fumogeni, gli abbracci e il coro ritmato di “Free Palestine”, sancendo l’inizio di una missione che intende forzare l’assedio che la marina militare israeliana impone da anni alla Striscia di Gaza. A fornire supporto tecnico e logistico alla flottiglia civile ci sarà la nave Arctic Sunrise di Greenpeace, il cui ruolo operativo, spiegano gli ambientalisti, consiste nell’assistere il convoglio nella fase più delicata della traversata, ovvero nelle ultime duecento miglia prima di arrivare al largo della costa palestinese.
Tra le scorte caricate sulle stive – dove figurano dieci tonnellate di prodotti alimentari, tra cui pasta e legumi, oltre a una colletta di giocattoli organizzata da bambini siciliani per i loro coetanei di Gaza – prevale la consapevolezza che l’ostacolo principale non sia tanto la distanza geografica quanto l’interdizione militare. La presidente del Comitato permanente della Camera sui diritti umani, Laura Boldrini, ha ricordato come l’obiettivo concreto di questa mobilitazione, che definisce ancor più partecipata della precedente, sia quello di rompere quello che definisce un “assedio illegale” e di spezzare il silenzio calato sulle sorti dell’enclave dopo una tregua che – a detta degli organizzatori – non ha affatto fermato le ostilità. Secondo quanto dichiarato dai portavoce della Sumud, il concetto di “genocidio a bassa intensità” descrive l’attuale fase del conflitto, dove nonostante i proclami ufficiali le operazioni militari israeliane continuerebbero a mietere vittime e a mantenere sotto controllo circa il sessanta per cento del territorio di Gaza.
L’arte e la disobbedienza civile tra le vele della speranza
Un aspetto che caratterizza questa spedizione, differenziandola dalla semplice logistica di un’emergenza umanitaria, è il coinvolgimento diretto del mondo culturale: ventuno artisti hanno infatti accettato di dipingere le vele di ventidue barche, trasformando il viaggio in un gesto performativo di disobbedienza civile. Se la prima missione dell’autunno del 2025, culminata con l’abbordaggio in acque internazionali a circa settanta miglia dalla costa, era stata fermata con l’uso della forza militare, gli attivisti coinvolti nella “missione primavera 2026” sembrano aver affinato la strategia. Loro malgrado, i partecipanti sanno bene che il rischio di una replica di quell’intervento, compresa la possibilità di essere trasferiti in strutture detentive come quelle di Ketziot o Damon (già utilizzate in passato per detenuti amministrativi), resta concretissimo.
I numeri, in ogni caso, impressionano per la capacità aggregativa del movimento: le imbarcazioni salpate dalla Sicilia dovrebbero ricongiungersi in Grecia e nelle acque territoriali turche con altri natanti, portando il totale della flottiglia a sfiorare il centinaio di unità. Sebbene nessuno possa prevedere l’esito finale di questa azione, la portavoce italiana Maria Elena Delia ha sottolineato come l’iniziativa rappresenti una risposta diretta all’inerzia dei governi occidentali, da lei accusati di complicità nel mantenere chiusi i valichi di frontiera. Anche i bambini siciliani, attraverso l’invio simbolico di pupazzi e peluche, hanno voluto testimoniare che la loro generazione non intende assuefarsi alla guerra; un piccolo gesto che, parafrasando le parole della deputata Boldrini, riscatta idealmente chi da mesi chiede a gran voce la fine del blocco.
Frizione diplomatica tra attivismo e ragion di Stato
Mentre le sessanta imbarcazioni (59 secondo alcune fonti, 63 secondo i comunicati degli organizzatori) solcavano il Mediterraneo orientale, si è immediatamente registrata una reazione prudente ma netta da parte delle istituzioni europee. Una portavoce della Commissione europea, pur riconoscendo il diritto alla libertà di riunione e il diritto alla navigazione in acque internazionali, ha dichiarato che Bruxelles scoraggia attivamente iniziative di questo genere in quanto considerate pericolose per l’incolumità stessa dei manifestanti. Il paradosso, sottolineano i critici del governo, risiede nel fatto che mentre l’esecutivo italiano non ha fornito supporto alla missione, deputati di opposizione come Marco Grimaldi (Alleanza Verdi e Sinistra) hanno invece auspicato l’apertura del valico di Rafah – attualmente sotto la pressione egiziana – per far entrare aiuti anche via terra.
La tensione di fondo riguarda, evidentemente, la legittimità stessa del tentativo: Israele considera queste iniziative una provocazione finalizzata a delegittimare il proprio diritto all’autodifesa, mentre per i sostenitori della Flotilla l’unico vero reato commesso dagli attivisti sarebbe quello di portare generi di conforto a una popolazione stremata dalla fame e dalle privazioni. Nel carico – vale la pena di ribadirlo – non ci sono armi o merci duali, ma solo alimenti di prima necessità e giocattoli.
Il nodo irrisolto dell’interdizione militare in acque internazionali
Un precedente inquietante risale appena a qualche mese fa: la scorsa estate, i partecipanti alla prima edizione della Sumud furono prelevati con la forza a bordo delle loro navi a circa 72 miglia dalla costa, in acque che il diritto internazionale definisce internazionali. L’esercito israeliano non ha mai negato quell’operazione, sostenendo che la zona di blocco navale si estenda ufficialmente fino a venti miglia, ma la pratica dimostra come le unità della marina operino con largo anticipo per evitare qualsiasi contatto visivo con la Striscia. A bordo della barca a vela Vivi/Deir al-Balah, l’inviato del Fatto Quotidiano ha raccontato l’atmosfera carica di attesa che si respira nella flottiglia; un misto di determinazione, data la causa, e di paura, data la memoria delle violenze subite dagli attivisti in autunno.
Le conseguenze giudiziarie di quell’episodio sono ancora in corso: a Roma la Procura della Repubblica ha aperto un fascicolo ipotizzando i reati di tortura e sequestro di persona, dopo che diversi cittadini italiani rientrati in patria avevano denunciato maltrattamenti fisici e psicologici durante la detenzione. Per ora, nessuna di queste inchieste ha prodotto effetti dissuasivi sul governo di Gerusalemme, né ha scalfito la determinazione delle ong che sostengono la missione. L’unica certezza, mentre il convoglio navale si prepara ad attraccare in Grecia per l’ultima fase del viaggio, è che la Sumud rappresenta ormai un banco di prova per il principio di neutralità dei mari. Che vinca la diplomazia o la forza, il solo fatto che una folla eterogenea di cittadini comuni abbia riempito il porto di Augusta cantando contro la guerra costituisce di per sé un capitolo significativo della cronaca di questa primavera del 2026.
Meta Description: La Global Sumud Flotilla salpa dalla Sicilia con 60 imbarcazioni per forzare il blocco navale di Gaza e portare aiuti umanitari, tra sostegno artistico e frizioni diplomatiche.




