Il lungo viaggio della ‘Global Sumud Flotilla’: da Augusta per forzare il blocco di Gaza
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Redazione Interno
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Il porto Xifonio di Augusta, domenica 26 aprile, ha restituito al mare le cinquantotto imbarcazioni della Global Sumud Flotilla; una partenza cadenzata, avvenuta nell’arco del pomeriggio, che ha trasformato il molo siciliano in un teatro di cori e bandiere, con il «free free Palestine» a fare da controcanto agli squilli delle trombe e ai pugni chiusi dei partecipanti. Dopo i tentennamenti che avevano caratterizzato la missione dello scorso settembre, quando la partenza veniva rimandata al fatidico “domani”, questa volta la flottiglia – la più grande mai organizzata con l’obiettivo dichiarato di violare il blocco navale israeliano – ha preso il largo con una puntualità che sorprende, considerata la complessità logistica di un’operazione che coinvolge centinaia di attivisti, ognuno dei quali ha messo in stand-by la propria esistenza per risalire le rotte del Mediterraneo.
A bordo, centinaia di persone con storie diverse condividono un unico, fragile, spazio vitale: cittadini europei, medici, volontari e rappresentanti della società civile che, come ha sottolineato l’attivista brasiliano Thiago Avila – presente per la terza volta in una missione di questo tipo – non partono solo per consegnare aiuti, ma nella consapevolezza di voler “rompere la complicità” internazionale finora dimostrata rispetto all’assedio. Il convoglio, che conta imbarcazioni provenienti da Spagna, Francia e Italia, è solo la prima fase di una mobilitazione più ampia: la prossima tappa toccherà i porti della Grecia e poi della Turchia, dove ulteriori decine di natanti – secondo gli organizzatori se ne potrebbero aggiungere fino a un centinaio – sono pronti a salpare per ricompattarsi in vista dell’avvicinamento alle acque sotto il controllo di Israele.
La rotta e la mobilitazione, tra scenari già scritti e nuove speranze
La flottiglia, scortata idealmente dal maestoso profilo dell’Etna che si perdeva all’orizzonte mentre il sole tramontava sulla Sicilia, naviga ora verso Levante. Gli attivisti, molti dei quali hanno partecipato alle prime spedizioni del *Free Gaza Movement* nel 2008, sanno bene cosa significhi affrontare la Marina israeliana; eppure, come ha osservato il rappresentante italiano Marco Giusti rivolgendosi ai partenti, si respira un’aria nuova, intrisa non solo della paura per l’impatto con le forze di difesa ma anche della “curiosità verso l’inaspettato”. Non si tratta – viene ripetuto a bordo – di una semplice corsa contro il tempo per lo sbarco, ma di una strategia di pressione diplomatica: bloccare i porti, tenere alta l’attenzione mediatica e dimostrare che le azioni individuali, se coordinate, possono alimentare la pressione sugli esecutivi.
Peraltro, il contesto geopolitico è mutato profondamente rispetto ai viaggi del passato; la tregua dichiarata mesi fa non ha fermato le operazioni militari, e i rapporti delle agenzie umanitarie citano ancora centinaia di vittime dall’inizio del cessate il fuoco, mentre circa il sessanta per cento della Striscia rimane di fatto inaccessibile per la popolazione palestinese. È proprio su questo sfondo che la Global Sumud – il cui nome evoca la resistenza "ferma" e costante palestinese – prova a ritagliarsi uno spazio, forte di una partecipazione internazionale che conta anche un migliaio di professionisti sanitari, decisi a portare forniture mediche in un territorio dove il sistema ospedaliero è al collasso.
Il precedente del 2025 e l’ombra lunga dell’interdizione
Chi osserva la scena dal porto di Augusta, o chi segue le rotte via mare, non può dimenticare quello che accadde durante la notte tra l’8 e il 9 settembre dello scorso anno nelle acque tunisine: un’imbarcazione della stessa flottiglia, la Family Boat, fu colpita da un ordigno incendiario che la danneggiò gravemente; un secondo attacco, sempre attribuito all’uso di droni, si abbatté poco dopo sulla delegazione spagnola. Queste dinamiche, su cui le autorità tunisine non hanno mai fornito chiarimenti definitivi – parlando inizialmente di semplici incidenti – avevano indotto il parlamento italiano a presentare atti di sindacato ispettivo per chiedere garanzie sull’incolumità dei cittadini coinvolti in missioni civili di questo tipo.
E proprio la memoria di quegli episodi rende plasticamente concreta la sfida che attende i cinquantotto natanti; l’analista delle Nazioni Unite Francesca Albanese, insieme a numerosi gruppi palestinesi, ha più volte ribadito il rischio che l’iniziativa si concluda come le precedenti: con la Marina israeliana che blocca il convoglio in acque internazionali, sequestra le merci e costringe i manifestanti a sbarcare nei porti dello Stato ebraico, da dove vengono solitamente espulsi. Secondo gli organizzatori, tuttavia, la vastità della mobilitazione – circa tremila partecipanti da cento paesi – renderebbe politicamente più costoso per il governo di Israele ripetere lo stesso copione senza conseguenze sul piano dell’opinione pubblica mondiale.
Gli attivisti e il carico di utopia necessario
Sale così in cattedra la dimensione quasi esistenziale della missione, descritta da alcuni volontari marchigiani presenti al varo come “un’utopia necessaria”. A bordo si trovano medici che hanno lasciato le corsie dei grandi ospedali europei e attivisti che, come Antonio La Piccirella – già protagonista della prima missione – ritengono di non poter più delegare alle istituzioni la responsabilità di agire, convinti che la diplomazia tradizionale abbia dimostrato i propri limiti. Pronti a rischiare l’arresto o il respingimento, cercano di portare in quel lembo di terra affacciato sul Mediterraneo non solo sacchi di farina e kit medici, ma un messaggio di rottura della normalità dell’assedio.
Le barche, descritte come “decine di barche bellissime con bandiere dipinte” e vele colorate, procedono ora lente verso oriente; la prossima sosta nei porti greci servirà per fare il punto sulla tenuta dell’equipaggio e verificare l’arrivo delle imbarcazioni provenienti dalla Turchia. Quella che si sta compiendo è una traversata che mescola la tradizione delle marittime rotte mercantili con la tensione della disobbedizione civile in alta quota (o meglio, in alto mare), lontana tanto dai salotti della diplomazia quanto dalle facili retoriche dell’eroismo. La flottiglia, in sostanza, prova a trasformare la distanza geografica tra Augusta e Gaza in una questione morale improrogabile, anche se tutti – a cominciare dagli stessi naviganti – sanno che il mare davanti a loro non è solo fatto di onde e vento, ma di droni, blocchi e ordinanze militari che hanno già deciso il destino di chi prova a forzare un confine considerato invalicabile.




