Le barche della discordia: la Global Sumud Flotilla riparte da Augusta per sfidare il blocco navale israeliano
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Redazione Interno
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Riparte ufficialmente dalla Sicilia la nuova missione della Global Sumud Flotilla, un’armata composita di una sessantina di imbarcazioni – italiane e spagnole, queste ultime arrivate nei giorni scorsi da Barcellona – che domenica 26 aprile, con una puntualità quasi beffarda se ripensiamo ai continui rinvii della scorsa spedizione autunnale, hanno mollato gli ormeggi dal porto Xifonio di Augusta. Tra squilli di tromba, applausi e il rituale coro “free free Palestine”, le piccole navi hanno preso il mare una dopo l’altra, cariche di volontari, generi alimentari, giocattoli e kit scolastici, con un obiettivo dichiarato tanto ambizioso quanto, a parere di molti osservatori, destinato allo scontro: rompere l’assedio navale che Israele impone sulla Striscia di Gaza e tentare di aprire un corridoio umanitario permanente. La partenza, inizialmente prevista per venerdì 24 a causa di una sospensione dettata dalle avverse condizioni meteomarine, è stata solo il primo atto di una navigazione che prevede scali in Grecia e Turchia, dove la flottiglia si ricongiungerà con altri attivisti prima di puntare decisa verso le coste del Mediterraneo orientale.
Un viaggio (a rischio) tra diritto internazionale e la linea dura di Gerusalemme
A bordo delle imbarcazioni – tra cui spiccano le navi appoggio di Open Arms e Greenpeace, che comunque dovrebbero fermarsi prima della cosiddetta “zona arancione” dell’intercettazione – ci sono centinaia di attivisti provenienti da decine di paesi, oltre a medicinali e aiuti raccolti nei mesi scorsi. L'idea, spiegano gli organizzatori come la portavoce italiana Maria Elena Delia, non è solo quella di fornire supporto materiale a una popolazione stremata, ma anche e soprattutto di riaccendere i riflettori su un conflitto che, nonostante il perdurare delle ostilità e le centinaia di vittime registrate anche dopo la dichiarazione del cessate il fuoco, sembra scivolato via dalle prime pagine dei giornali internazionali. Tuttavia, il precedente storico pesa come un macigno sulla riuscita dell’impresa. La missione dello scorso settembre, ricordiamolo, si concluse con un abbordaggio violento in acque internazionali da parte della marina israeliana: le imbarcazioni furono fermate a circa 72 miglia nautiche dalla costa, sequestrate, e i loro occupanti – decine di cittadini italiani inclusi – vennero arrestati e trasferiti nel porto di Ashdod, per poi essere espulsi. Su quei fatti, e in particolare sulle accuse di violenze fisiche e abusi subiti durante la detenzione – si parla di “violenza gratuita” e di attivisti con le braccia rotte – la procura di Roma ha aperto un’indagine ipotizzando il reato di tortura, sebbene le indagini procedano al momento contro ignoti.
Le crepe nel fronte dei flotillanti e il monito di Francesca Albanese
Non si naviga, però, solo tra le insidie delle motovedette israeliane. A rendere la traversata ancora più complessa, già prima della partenza, sono le profonde tensioni emerse all'interno dello stesso movimento di solidarietà. La spedizione, che si presenta come la più grande missione civile mai tentata per forzare il blocco, ha visto infatti l’abbandono di alcune figure di spicco e critiche pubbliche da parte di quegli stessi soggetti che, in teoria, dovrebbero costituirne il tratto d’unione morale. Greta Thunberg, protagonista della scorsa avventura (e destinataria di una celebre bottiglietta d’acqua offerta beffardamente dai soldati al momento dell’abbordaggio), ha scelto di restare a terra, alimentando voci di screzi interni e divergenze strategiche sul da farsi. Ma il colpo più duro è arrivato da Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi e storicamente vicina alle istanze della flottiglia. Intervenendo al congresso della Global Sumud a Bruxelles, l’esperta ha letteralmente redarguito gli organizzatori, avvertendo che un “movimento senza direzione è caos” e che affidarsi al solo simbolismo rischia di ridurre la spedizione a una mera passerella mediatica, sterile e controproducente. Le sue parole, che invitano a finalità politiche chiare invece che alla semplice produzione di immagini per i social network, hanno gettato un’ombra di polemica su un equipaggio già di per sé frammentato.
La rotta e l’attesa: verso l’ennesima intercettazione?
Ora le barche solcano il mare verso levante. Dopo la sosta in Turchia, dove si valuterà l’entità dei rischi (se ritenuti troppo elevati, non si esclude la possibilità di fermare la marcia), la flottiglia si addentrerà nel tratto di mare antistante Gaza. Una zona, questa, in cui Israele esercita il controllo operativo – ufficialmente fino a 20 miglia dalla costa, ma nei fatti ben oltre – e dove la marina militare non ha mai esitato a intervenire per impedire violazioni del blocco. Sebbene gli attivisti dichiarino di voler offrire un atto di disobbedienza civile nonviolenta, portando dieci tonnellate di cibo e chiedendo il libero passaggio, i precedenti indicano con chiarezza quale sia la prassi di Gerusalemme: sequestro delle imbarcazioni, arresto dei partecipanti e loro rapido rimpatrio o espulsione. La Global Sumud Flotilla, nonostante i venti contrari delle polemiche (e quelli, ben più concreti, del Mediterraneo), prosegue quindi la sua rotta verso un epilogo che appare quasi scritto, nel silenzio assordante delle cancellerie europee che, finora, non hanno mosso un passo per garantire l’incolumità di questi “turisti della pace”.




