Alexander McQueen, la crisi del lusso colpisce Novara: 38 licenziamenti e un futuro da decifrare

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La telefonica comunicazione, quella che arriva via posta elettronica certificata, ha spezzato il silenzio industriale della provincia. Lo scorso 12 marzo, la griffe londinese Alexander McQueen – parte integrante del colosso francese Kering – ha notificato alle tre sedi italiane (Novara, Parabiago e Scandicci) un’intenzione tanto chiara quanto devastante: 54 esuberi totali, di cui 38 concentrati nello stabilimento di viale Leonardo da Vinci, a Novara. Un numero, quest’ultimo, che rappresenta la stragrande maggioranza di una manovra che i sindacati, già in stato di agitazione, definiscono senza mezzi termini un “attacco al lavoro qualificato”.

I rappresentanti dei lavoratori, con le sigle Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil in prima linea, hanno subito ottenuto una risposta immediata dal fronte politico. Ieri, a palazzo Cabrino, è stata convocata una Commissione ad hoc per discutere della vertenza; l’aula era piena, segno che il territorio percepisce la posta in gioco come esistenziale. Non si tratta, lo si capisce dal tono delle dichiarazioni, dei soliti numeri da bilancio. Novara, negli ultimi anni, aveva cucito una parte rilevante della propria strategia di sviluppo economico proprio attorno al settore della moda, e ora quel filo si sfilaccia davanti agli occhi di tutti.

L’effetto domino oltre il brand: quando Kering trema, l’indotto suda

Il peso specifico della vicenda, però, non si misura solo sui 38 dipendenti che rischiano di rimanere senza occupazione. Alexander McQueen, lo ricordano gli addetti ai lavori, è uno dei marchi più celebri del gruppo Kering, lo stesso che controlla in area novarese anche Gucci e Balenciaga, con i rispettivi poli produttivi. I sindacati, da mesi ormai, denunciano un clima di “indisponibilità manageriale” a trattare il piano di riorganizzazione dell’intero conglomerato, ribattezzato internamente con il nome in codice ‘ReconKering’. Un piano – sottolineano i sindacalisti – mai presentato formalmente alle rappresentanze dei lavoratori, nonostante i 54 esuberi di McQueen rappresentino solo la punta dell’iceberg.

La strategia aziendale, messa a punto dal management guidato da Luca de Meo (si veda il recente piano di rilancio dello scorso aprile), ha già prodotto una reazione articolata sul territorio. Il prossimo 20 maggio, i sindacati hanno proclamato uno sciopero che coinvolgerà tutte le aziende del gruppo Kering in Italia: da Gucci a Saint Laurent, passando per Bottega Veneta, Balenciaga, Ginori 1735 e Roman Style (ex Brioni). Una manifestazione nazionale è prevista a Firenze, ma con articolazioni territoriali diffuse. La ragione dello stop, spiegano i promotori, è l’assenza di margini negoziali sugli ammortizzatori sociali: l’azienda, per i 54 esuberi di McQueen, non avrebbe infatti alcuna intenzione di attivare gli strumenti di sostegno previsti dalla legislazione italiana.

I numeri del lusso, una ferita da 75 miliardi

C’è un dato, spesso dimenticato nei comunicati stampa patinati, che aiuta a inquadrare la posta in gioco. La moda italiana non è solo sfilate, campagne patinate e borse desiderabili: contribuisce per circa il 5% al PIL nazionale, genera un valore aggiunto di 75 miliardi di euro e impiega direttamente o indirettamente oltre 1,2 milioni di addetti. Una filiera complessa che intreccia manifattura di precisione, artigianato, logistica, retail e export. Quando un gigante come Kering cambia rotta, dunque, le conseguenze non restano confinate nei consigli d’amministrazione o nelle presentazioni agli investitori, ma si riversano sui piani d’officina, sulle famiglie e sulle tasche dei lavoratori della provincia.

La cronaca di questi mesi ha mostrato altre crepe nel mondo del lusso. Inchieste giudiziarie (se ne sono viste diverse nelle procure del Nord) hanno talvolta lambito le modalità di gestione del personale nelle aziende fornitrici, tra presunti caporalato e appalti opachi. Nel caso novarese, però, non emergono ancora profili penali; ci si muove sul terreno, altrettanto duro, della contrattazione collettiva. I sindacalisti chiedono chiarezza sul futuro dell’intero polo produttivo, mentre i lavoratori dello stabilimento di viale Leonardo da Vinci attendono una convocazione che finora non c’è stata. La pec del 12 marzo – con la sua freddezza burocratica – sembra aver chiuso una porta, ma la mobilitazione di piazza sta provando a riaprirlo.

Nessuna certezza, solo una partita aperta

I rappresentanti delle tre sigle sindacali ribadiscono un concetto: non c’è stato alcun passo avanti dopo la commissione di ieri. Il management di Alexander McQueen, e per esteso di Kering, non ha formalmente ritirato i 38 licenziamenti dal sito novarese, né ha fornito garanzie scritte sul ricorso alla cassa integrazione. La manifestazione del 20 maggio, quindi, si preannuncia come un crocevia. La paura, del resto, è tangibile: se si chiudesse quella linea produttiva, l’effetto domino sulle aziende dell’indotto sarebbe immediato. Altri marchi del lusso presenti nella zona potrebbero sentirsi legittimati a operazioni simili, con il rischio di smantellare un ecosistema industriale costruito in decenni.

Per ora, la politica locale ha risposto con la convocazione d’emergenza a palazzo Cabrino. Ma la sostanza, almeno stando ai verbali sindacali, è rimasta quella di un ascolto senza contropartite. I lavoratori, quelli dei 38, aspettano di sapere se il loro posto esiste ancora. E intanto, fuori dai cancelli di viale Leonardo da Vinci, si respira quell’odore di metallo e di angoscia che solo le crisi industriali sanno regalare. Nessuna conclusione è stata scritta, ma il capitolo più duro della moda novarese potrebbe essere soltanto all’inizio.

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