Kering, il piano “ReconKering” preoccupa i sindacati: subito un incontro con l’ad De Meo
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Redazione Economia
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Non c’è stata nemmeno l’attesa di una notte intera, prima che le segreterie nazionali di Filctem, Femca e Uiltec chiedessero un confronto diretto con l’amministratore delegato del gruppo Kering, Luca De Meo. Il motivo, del tutto intuibile, risiede nella presentazione ufficiale del piano di riorganizzazione e rilancio battezzato “ReconKering”, avvenuta durante il Capital Markets Day alla Leopolda. Un evento, quello di ieri, che ha visto De Meo parlare per oltre tre ore – un tempo abnorme persino per gli standard di queste occasioni – cercando di tracciare una linea che, nelle sue intenzioni, dovrebbe separare il passato recente da un futuro che definisce “next luxury”.
L’industria del lusso non è solo creatività, ricorda De Meo, e i sindacati annusano austerity
“Il lusso è creatività. Ma resta soprattutto un’industria”. Con questa frase, ripresa dal palco della Leopolda, De Meo ha voluto mettere un punto fermo, quasi un manifesto programmatico, su ciò che intende fare. Niente promesse, ha tenuto a sottolineare, ma punti fermi. Eppure, proprio questa durezza realistica – che pure molti azionisti hanno accolto senza entusiasmo ma con rassegnata consapevolezza – è ciò che ha fatto scattare l’allarme tra i rappresentanti dei lavoratori. Le tre sigle sindacali, nel prendere atto di quanto comunicato agli azionisti, non hanno nascosto le proprie perplessità: l’impatto occupazionale, temono, potrebbe essere significativo. E non solo all’interno del gruppo, dove già si registrano situazioni complesse (il caso di Alexander McQueen viene citato come un campanello d’allarme), ma anche lungo l’intera filiera produttiva. Quella filiera, fatta di decine di migliaia di piccoli laboratori, che De Meo ha descritto senza troppi giri di parole in un’intervista: “Il made in Italy è la nostra forza ma deve consolidarsi: non possono esserci 60.000 laboratori e 600.000 addetti”.
Un grigio che parla: la facciata dell’Art Lab di Gucci diventa un simbolo involontario
Mentre i sindacati chiedono un vertice urgente, dentro l’orbita Kering si moltiplicano i segnali – reali o simbolici che siano – di una nuova austerity. Il più clamoroso, per quanto silenzioso, riguarda l’Art Lab di Gucci in via delle Nazioni Unite. Inaugurato nel 2018 come una vetrina di contemporaneità, con murales d’autore e stilemi inconfondibili del marchio, quell’edificio è stato recentemente ridipinto di un uniforme, anonimo grigio. Non è un dettaglio marginale: la struttura è tornata a somigliare alla vecchia sede Matec, quella in cui, prima della chiusura, i metalmeccanici producevano macchine circolari per calzetteria. Un ritorno al passato industriale che, volente o nolente, fotografa lo stato d’animo che si respira nei corridoi del gruppo. Nessuno parla ancora di esuberi, ma la tensione è palpabile.
Filiera e occupazione: il nodo che i sindacati vogliono sciogliere subito
La richiesta delle segreterie nazionali è netta: un incontro con De Meo, senza attendere l’estate o il formale dispiegamento del piano. Quel che preoccupa, spiegano i rappresentanti dei lavoratori, è la combinazione di due fattori. Da un lato, la già difficile situazione in alcuni brand del portafoglio – Alexander McQueen su tutti – dove si registrano criticità che rischiano di riverberarsi sull’indotto. Dall’altro, la filosofia esplicitata da De Meo riguardo al made in Italy: una selezione, una riduzione del numero degli attori, una razionalizzazione che, tradotta in termini concreti, potrebbe significare meno ordini, meno commesse, meno posti di lavoro. I sindacati non hanno parlato di numeri, né di ipotetiche liste di licenziamento, ma hanno voluto marcare il terreno: “Prendiamo atto delle affermazioni – si legge in una nota interna – ma chiediamo garanzie”. E, nelle parole del segretario Sereni (che ha parlato di “dubbi” oltre che di “garanzie”), si coglie una sfumatura di preoccupazione autentica. La presentazione di “ReconKering” è stata chiara nelle ambizioni, ma opaca nelle ricadute sociali. E quella opacità, per i sindacati, è già un problema.




