Kering, il piano “ReconKering” di de Meo tra timori sindacali e un grigio che fa presagire l’austerity
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Redazione Economia
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La presentazione ufficiale del piano di riorganizzazione e rilancio denominato “ReconKering”, avvenuta durante il Capital Markets day per mano dell’amministratore delegato del gruppo, Luca De Meo, ha acceso un faro immediato sulle contraddizioni interne al colosso del lusso. Se da un lato il manager italiano ha delineato le linee guida per il prossimo capitolo della storia di Kering, con l’obiettivo dichiarato di consolidare la filiera e rendere più efficienti i brand controllati – a partire dall’ammiraglia Gucci – dall’altro le segreterie nazionali di Filctem, Femca e Uiltec hanno raccolto il guanto della sfida, manifestando senza mezzi termini le loro preoccupazioni. Nel prendere atto delle dichiarazioni indirizzate agli azionisti, i sindacati non hanno nascosto i timori relativi ai possibili impatti occupazionali, sia all’interno del gruppo che nelle articolate filiere produttive collegate, aggravati peraltro dalla situazione già critica in cui versa Alexander McQueen.
In attesa che le parole del piano vengano tradotte in atti concreti, l’aria che si respira negli stabilimenti toscani è già pesante, quasi fisica. Un segnale, forse reale o forse solo subliminale ma di forte impatto visivo, arriva dall’Art Lab di Gucci in via delle Nazioni Unite. Inaugurata nel 2018 come una vera e propria opera d’arte contemporanea, quella facciata che un tempo era impreziosita da murales d’autore e stilemi inconfondibili del marchio è stata infatti completamente ridipinta di un anonimo e austero grigio. Questo gesto, che riporta alla mente l’estetica della vecchia sede Matec – dove un tempo i metalmeccanici producevano macchine circolari per calzetteria prima della definitiva chiusura – sembra quasi una metafora dello spirito di austerity che de Meo intende iniettare nella holding.
La razionalizzazione della filiera e il nodo delle “60.000 partite Iva”
La strategia dell’amministratore delegato, come emerso anche da alcune recenti interviste, punta a un deciso cambio di passo nella gestione del “Made in Italy”. Le sue parole sono state nette nel descrivere un tessuto manifatturiero che, seppur riconosciuto come un punto di forza irrinunciabile, necessita a suo avviso di una fase di consolidamento; il riferimento, esplicito, è a un sistema che non può reggersi su una miriade di sessantamila laboratori e seicentomila addetti. Questa visione, se da un lato risponde a logiche di efficienza industriale e di controllo qualitativo, dall’altro ha generato profonde perplessità nel comparto produttivo locale, dove si teme una drastica selezione dei fornitori e una contrazione delle commesse.
Le organizzazioni sindacali, di conseguenza, hanno chiesto un incontro urgente con De Meo. L’obiettivo è quello di fare chiarezza su programmi e processi riorganizzativi che, al momento, appaiono carichi di incertezza per i lavoratori diretti e per l’indotto. A livello politico locale, come evidenziato dalla sindaca di Scandicci, Sereni, dopo l’incontro con il vertice aziendale sono arrivate sì delle rassicurazioni sulla volontà di mantenere le radici a Firenze, ma altrettanto forti sono i dubbi sulla “messa a terra” di questi principi, soprattutto quando si parla di efficientamento della struttura.
Un mercato azionario che non si scalda e l’ombra della selettività
Se il fronte sindacale è in allarme, quello finanziario non mostra certo entusiasmo. Il mercato, intendendo quello azionario, non solo non si è scaldata per “ReconKering”, ma ha addirittura registrato un raffreddamento. Gli analisti, come quelli di HSBC, hanno declassato il titolo, osservando che il piano di rilancio è ragionevole sulla carta ma richiederà tempi lunghi per produrre effetti tangibili, mentre il contesto macroeconomico avverso rischia di posticipare il recupero di Gucci. Le parole d’ordine che emergono dalla nuova governance sono chiare: acquisire e selezionare. Si tratta di una strategia che mira a ridurre drasticamente il numero dei partner esterni, creando una filiera più esclusiva ma anche più ristretta, dove la sopravvivenza delle piccole e medie imprese artigiane è appesa a un filo sottilissimo, in attesa di scoprire chi rientrerà nel novero dei prescelti e chi, invece, verrà escluso dal sistema.




