Kering, il piano “ReconKering” di de Meo accende i timori dei sindacati: si chiede un confronto immediato sull’occupazione
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Redazione Economia
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Non bastavano le difficoltà già in essere nel brand Alexander McQueen – una situazione che da sola avrebbe meritato l’attenzione dei riflettori – a gettare un’ombra sul futuro del gruppo Kering, ecco che la presentazione ufficiale del piano strategico decennale ha fatto scattare l’allarme rosso tra le organizzazioni sindacali. L’amministratore delegato, Luca de Meo, ha svelato le linee guida di “ReconKering” al Capital Markets Day di Firenze, illustrando agli azionisti una visione che, a detta delle segreterie nazionali di Filctem, Femca e Uiltec, appare fin troppo astratta per fugare i timori concreti legati ai posti di lavoro. Nel prendere atto delle dichiarazioni del vertice – che pure il manager ha voluto cariche di enfasi – i rappresentanti dei lavoratori non hanno nascosto la loro apprensione, chiedendo a gran voce un incontro urgente per discutere le ricadute occupazionali, sia all’interno del perimetro aziendale che nelle filiere produttive esterne, quelle che di fatto rappresentano l’ossatura del made in Italy.
Il grigio dell’austerity e i segnali inquietanti sul territorio
C’è un’immagine, quasi involontariamente simbolica, che racconta meglio di qualsiasi comunicato ufficiale l’aria che tira in casa Kering. All’Art Lab di Gucci in via delle Nazioni Unite, il laboratorio che doveva essere la vetrina scintillante del futuro artigianale del lusso, la facciata è stata completamente ridipinta di grigio. Un colore che cancella i murales d’autore e gli stilemi glamour inaugurati nel 2018, riportando la struttura a somigliare – come hanno notato i cronisti locali – alla vecchia sede Matec, quella dove un tempo i metalmeccanici producevano macchine circolari per calzetteria prima della definitiva chiusura. Un segnale, forse reale o forse solo subliminale, che si inserisce in un contesto di austerity diffusa mentre tutti attendono i dettagli operativi del rilancio. La sindaca di Scandicci, che ha incontrato de Meo per avere rassicurazioni, ha parlato di buone speranze ma anche di “incertezze” palpabili, lamentando che negli ultimi due anni le istituzioni locali siano state tagliate fuori dalle dinamiche del gruppo, un silenzio che non aiuta a dissipare i dubbi sulla tenuta dell’indotto toscano.
La razionalizzazione della filiera: “Non possono esserci 60.000 laboratori”
A gettare ulteriore benzone sul fuoco delle preoccupazioni sono state le stesse dichiarazioni rilasciate dal numero uno del gruppo, quelle in cui de Meo ha tratteggiato il futuro della filiera produttiva con una chiarezza che suona come un avvertimento per i piccoli artigiani. Il manager, in un’intervista a la Repubblica, ha spiegato che “il made in Italy è la nostra forza ma deve consolidarsi”, aggiungendo un dato che non lascia spazio a interpretazioni ottimistiche: secondo la sua visione, “non possono esserci 60.000 laboratori e 600.000 addetti”. Un’equazione, questa, che lascia intendere come la selezione dei fornitori sarà severa e come la riduzione della base produttiva sia un passaggio obbligato per restare competitivi. Le perplessità nel tessuto manifatturiero, dunque, sono più che giustificate: se da un lato il gruppo promette di investire sull’alta qualità e sull’artigianalità di punta, dall’altro preannuncia una drastica scrematura di quelle che vengono percepite come inefficienze di un sistema troppo frammentato.
I numeri della riorganizzazione e la strategia dei cinque hub
Per comprendere la portata della cura de Meo – un manager dal pedigree internazionale che non teme le scelte impopolari – bisogna guardare ai numeri che circolano nei piani di riorganizzazione interna. Il progetto “ReconKering”, che fonde i concetti di riconquista e manutenzione, si articola attraverso una nuova architettura a cinque hub (Industry, Client, Technology, Sustainability e Support Functions) con l’obiettivo dichiarato di centralizzare acquisti, logistica e strumenti digitali. Una svolta che, tradotta in termini operativi, significa più controllo e probabilmente meno autonomia per i singoli brand. E se Gucci – che vale ancora circa il 60% dei profitti del colosso ma vede le vendite in calo – cerca la sua strada tra meno negozi fisici e un rilancio nella pelletteria di alto margine, sono gli altri marchi a destare le maggiori inquietudini. In particolare, Alexander McQueen è finito sotto la lente della “razionalizzazione”, un eufemismo che secondo i sindacati potrebbe nascondere tagli pesanti, mentre la riduzione complessiva della rete retail (con centinaia di chiusure previste tra il 2025 e il 2030) fa temere effetti domino sull’indotto. Di fronte a questo scenario, le richieste di chiarezza da parte di Filctem, Femca e Uiltec si fanno quindi più pressanti, nell’attesa di capire se dietro le grandi promesse di rilancio ci sia davvero spazio per tutti i lavoratori che, oggi, fanno vivere Kering.




