Crisi McQueen, un terzo dei lavoratori italiani verso l’esubero
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Redazione Economia
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Venti di ristrutturazione soffiano impetuosi sulla filiera italiana di Alexander McQueen, griffe di proprietà del gruppo francese Kering, mettendo a repentaglio decine di posti di lavoro. La decisione, comunicata all’inizio della settimana, ha colto di sorpresa molti, specialmente nel sito di Novara che, appena un anno fa, aveva inaugurato una sede nuova di zecca in via Visconti. In quel polo, considerato il più importante in Italia per il brand, centocinque dipendenti operano tra macchinari all’avanguardia e laboratori di prototipia dedicati alla produzione di calzature e capi d’abbigliamento, un quadro che rendeva difficile immaginare un così rapido cambiamento di rotta. Eppure, la diminuzione dei ricavi, che secondo quanto dichiarato sarebbe arrivata al sessanta per cento nell’arco di un triennio, ha spinto la direzione a pianificare una riorganizzazione drastica, finalizzata al contenimento dei costi e al raggiungimento del pareggio di bilancio, operazione che passa inevitabilmente attraverso un taglio della forza lavoro.
L’incontro chiave tra sindacati e vertici Kering
La trattativa si sposterà ora al tavolo dell’incontro fissato per il prossimo cinque febbraio, quando i sindacati di categoria Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil siederanno di fronte all’amministratore delegato di Kering, Luca De Meo, per discutere i piani industriali e le tutele per le filiere. In Toscana, dove sorge il centro direzionale di Scandicci, sono circa seimila gli addetti del settore che osservano con apprensione quell’appuntamento, poiché tremilacinquecento di essi lavorano nella sola area fiorentina. Lo stabilimento toscano, situato in un complesso artigianale sobrio e lontano dai clamori del “triangolo d’oro” della moda, rappresenta insieme a quelli di Novara e Parabiago uno dei tre avamposti produttivi italiani della maison, ciascuno dei quali potrebbe subire l’impatto dell’onda lunga della riorganizzazione.
La mappa degli esuberi e il clima di incertezza
Le cifre ipotizzate dalla ristrutturazione parlano di un esubero che riguarderebbe un terzo dei centottanta dipendenti totali impiegati nel paese, un dato che traduce in numeri il timore concreto per il futuro di molte famiglie. La misura, riportata da agenzie di stampa internazionali e confermata dalle organizzazioni sindacali, non è isolata ma si inserisce in un più ampio contesto di crisi finanziaria che attanaglia il comparto del lusso, costringendo i grandi gruppi a rivedere strategie e strutture. La situazione, del resto, riflette una tempesta perfetta di calo dei consumi, tensioni geopolitiche e costi di produzione in rialzo, fattori che spingono le multinazionali a comprimere gli organici laddove si ritiene necessario per salvaguardare la redditività.
Le implicazioni per il distretto produttivo
L’annuncio dei possibili licenziamenti getta un’ombra non solo sui diretti interessati, ma sull’intero ecosistema artigianale e manifatturiero che ruota attorno a questi poli, tradizionalmente punti di forza del made in Italy. La scelta di McQueen, sebbene dettata da esigenze di bilancio, rischia di innescare un effetto domino in un settore già sotto pressione, dove la specializzazione e la qualità delle maestranze costituiscono un patrimonio difficile da ricostruire. Il confronto in programma rappresenta quindi un banco di prova cruciale, non solo per la definizione degli ammortizzatori sociali e dei percorsi di ricollocazione, ma per la tenuta stessa di un comparto che da decenni fonde creatività e savoir-faire tecnico, attirando investimenti e garantendo occupazione in territori a forte vocazione industriale.




