La genesi di Predator: Badlands, tra lo stupore di Cameron e una nuova direzione per il franchise

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Dan Trachtenberg, regista di "Predator: Badlands", ha rivelato come il montaggio finale della pellicola abbia suscitato un profondo stupore in James Cameron, il quale, dopo un'intensa conversazione con il cineasta, ha potuto assistere all'opera compiuta. Questo dialogo, fondamentale per la comprensione delle ambizioni del progetto, ha preceduto la visione di un film che si distacca sensibilmente dalle precedenti incarnazioni della saga. La pellicola, nona del suo filone, si propone di esplorare territori narrativi inediti, spingendosi ben oltre la semplice dinamica della caccia e della sopravvivenza che aveva caratterizzato il classico diretto da John McTiernan, con Arnold Schwarzenegger, nel 1987.

Una trama che rivoluziona il mito

Il cuore pulsante di "Predator: Badlands" batte per un giovane Yautja di nome Dek, presentato come una figura caduta in disgrazia e alla disperata ricerca di un riscatto. La sua missione, che lo porta ad inseguire una famosa bestia da uccidere, non è fine a se stessa ma rappresenta il tentativo di dimostrare il proprio valore all'interno del nucleo familiare, introducendo così una dimensione psicologica e motivazionale senza precedenti per la creatura aliena. Trachtenberg, dopo il successo di "Prey" che aveva riconquistato critica e pubblico, compie qui un'operazione ancor più audace, spingendo il franchise verso i territori della favola morale, seppur ammantata dalle spoglie di un film di sopravvivenza. L'intento dichiarato è quello di restituire al cacciatore un cuore, portandolo fuori dall'algido mito del Corpo per addentrarsi in quello, più complesso, della coscienza.

Il contesto di un franchise in evoluzione

In quasi quarant'anni di storia, la saga di Predator ha conosciuto fasi alterne, un vero e proprio calderone che ha mescolato pellicole divenute cult con altre di minor pregio, prequel e sperimentazioni di vario genere. "Predator: Badlands" si inserisce in questo solco tentando di bilanciare l'eredità del passato con una spinta innovativa che alcuni potrebbero definire controversa. Il film, con un cast che include Elle Fanning, si distanzia dalla semplice glorificazione dell'azione per interrogarsi sulla natura stessa del suo protagonista, un gesto che inevitabilmente segna un punto di non ritorno per l'intero universo narrativo.

I numeri di un progetto ambizioso

Per inquadrare correttamente il progetto, è utile ricorrere a una sequenza numerica: nove, sette, sei. Nove, come detto, sono i capitoli che compongono il franchise; sette sono gli anni trascorsi dall'ultimo film, "The Predator" del 2018, mentre sei rappresentano gli anni di distanza dal precedente successo di Trachtenberg, "10 Cloverfield Lane". Queste cifre servono a tracciare le coordinate temporali e creative di un'operazione che ambisce a ridefinire le regole del gioco, cercando di conciliare le aspettative del pubblico con una visione autoriale che non teme di sporcarsi le mani con la mitologia preesistente, piegandola però a nuove esigenze narrative.

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